Umberto Domina.
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MORTI  DI NEBBIA.
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1969. Casa Editrice Bietti, Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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A mia moglie, con allegria.

Caro Lettore,
conosce Lei l'espressione "morto di fame?"
 un modo di dire, si sa.
Pu darsi che qualcuno, in India o nel Mato Grosso, muoia effettivamente di fame. Ma, genericamente parlando, l'espressione si riferisce piuttosto ad una situazione sociale.
In questo senso, Milano pu considerarsi una citt piena di morti di nebbia.
Non dunque gente perita a causa della nebbia, ma uomini e donne che vivono nella nebbia.
Gente che ha tradito il povero cielo azzurro del Sud per la ricca foschia del Nord, la pennichella per la produttivit, il balconcino per l'ascensore, la miseria per l'infarto.
Tranvieri ed avvocati, cronisti ed imbianchini, ebanisti ed ingegneri, dattilografe, cassiere e casalinghe, che ora vagano per Milano in cerca di uno scopo, di un compaesano o di un cannolo.
Dei morti di nebbia, insomma. Stipati in palazzi che sembrano mausolei a dieci piani e sistemati in loculi che non si capisce perch non abbiano, a mo' di targhe, epigrafi come: "Qui vive Gaetano Pasciuto, morto di nebbia il 13 gennaio 1953 in seguito a doloroso trasferimento da Mistretta Sicula".
Le storie che sto per raccontarLe riguardano per l'appunto dieci coinquilini di uno di questi mausolei. Ma si tratta di storie vagamente assurde, come si addice, del resto, ad un biografo che si illude di difendersi dalla nebbia con l'ombrello a fori della fantasia.
Di M.d.N. ne esistono, a Milano, tre o quattrocentomila, ma io ne conosco personalmente molto pochi. Anzi: pochissimi. Perch a Milano, oltre all'incomunicabilit tradizionale vige quella stradale e molti quartieri - a forza di sensi unici, divieti di transito, supertraffico ed anulari -  come se non fossero collegati tra di loro.
Di essi conosco la storia o mi  facile immaginarla.
Di taluni, per esempio, mi piace immaginare il processo di inserimento.
- Voglia scusarmi: la Milano d'oggi?
- Prima porta a destra.
- La Milano d'oggi?
- Sono io. Desidera?
- Inserirmi.
- Provenienza?
- New York.
- Strano.
- Strano, ma New York.
- Americano?
- No: oriundo emigrato e pentito.
- Professione?
- Pubblicitario.
- Dipinge?
- No.
- Disegna?
- No.
- Scrive testi?
- No.
- Impagina?
- No.
- Allora, scusi, pubblicitario in che senso?
- Coordino.
- Ha idee?
- Altrui.
- Conosce il mercato?
- Non ho il piacere...
- Lingua italiana?
- Scolastica.
- Francese?
- A orecchio.
- Inglese?
- Perfetta.
- Possiamo provare?
- Proviamo.
- Che effetto le fa la parola schizzo?
- Ribrezzo.
- E riunione?
- Schifo.
- E testo?
- Non parliamone.
- Conosce i termini esatti?
- Lay-out, meeting e copy.
- Bene. Occhiali?
- Tartaruga nera, con aste spessore 20.
- Vetro naturale?
- Naturale.
- Pipa.
- Inglese.
- Spacchetti?
- Due: altezza centimetri 15.
- Linguaggio?
- Impenetrabile. Posso?
- Prego.
- Messaggio al subconscio contro l'assuefazione dei poteri primordiali nella recettivit dell'impulso primario...
- Basta, grazie. Slogans?
- Con rima.
- Giochi di parole?
- Svariati. Posso?
- Prego.
- "Certo,  Cortina!". " bella, Belluno...". "Perbacco che tabacco!!". Ne gradirebbe uno in omaggio?
- Non vorrei che si disturbasse...
- No, prego. "Roma, la capitale. Milano, il capitale".
- Grazie. Posso tenerlo?
- Si figuri.
- Stipendio?
- In dollari.
- Segretarie?
- Tre.
- Poltrona girevole, immagino?
- Esatto.
- Auto?
- Straniera.
- Cocktails, congressi, festival?
- Centocinquanta.
- Annui?
- Annui.
- Oscar e premi?
- Due.
- Annui?
- Semestrali.
- Si accomodi. Inserito: M.d.N. 389.978.
Oppure, mi piace immaginare il processo di inserimento di un elemento non qualificato. Di uno cio che appartiene ad una razza che va estinguendosi: a quella dei non-specializzati.
- Scusi, la Milano d'oggi?
- Sono io. Desidera?
- Inserirmi.
- Professione?
- La qualunque.
- Non comprendo.
- La: articolo. Qualunque: aggettivo indeclinabile. Bisogna sottintendere "cosa".
- La qualunque cosa?
- Esatto.
- Laureato?
- Molto. Con anello a fronde e diploma incorniciato.
- Specializzazione?
- Versatile.
- Lingue conosciute?
- Francese.
- Nozioni?
- Nozioni. Esatto.
- Ma si ripromette di perfezionarlo... Vero?
- Verissimo. Di sera.
- Inglese?
- Predisposizione.
- Corrispondenza commerciale?
- Prover. Ho scritto versi. Vuol sentirli?
- No, grazie. Preferisce orario unico o sabato libero?
- Se  impossibile avere entrambi, preferisco sabato libero.
- Niente iscrizione regolare, mutua, sindacati, vero?
- Niente, niente! La qualunque, pur di incominciare.
- Si accomodi. Inserito: M.d.N. 412.317.
Si comportano tutti allo stesso modo. Sono come la frutta sciroppata che, se non guardi l'etichetta, non sai cosa stai mangiando.
Vengono al Nord con la predisposizione ad essere confezionati in serie e si tratta, per lo pi, di ignari giovani che hanno tradito lo Stato, l'avvocatura, lo sfruttamento razionale delle campagne e quello, meno razionale, del sottosuolo.
Giovani che hanno detto "basta" al conformismo provinciale per inserirsi nel conformismo cittadino.
Ragazzi che vengono a Milano perch credono che qui si preferisca veramente fare l'amore piuttosto che la guerra.
Arrivano e si mimetizzano.
La mia teoria , anzi, che una netta distinzione tra uomini del Sud ed uomini del Nord, a Milano, non esista pi.
Io credo che al Sud i bambini nascano col bacillo del Nord nel sangue. Sino a 18 anni, il Nord lo sognano. Poi, a 18, lo raggiungono, lo invadono, lo sonorizzano, lo sbarbano, lo vestono, lo infruttaverduriscono, lo difendono in toga e lo multano in grigioverde.
Tutto questo, mentre gli indigeni, quelli che sino a qualche decennio fa si sarebbero fatti tatuare il Duomo di Milano sul petto, cominciano a sognare il Sud (forse perch se lo immaginano completamente spopolato...); a sognare il sole, il cielo azzurro, il mare trasparente. E se non invadono il Sud, non lo supermercatizzano, non lo pianificano, non lo precalcolano, non lo tecnicizzano  perch c' di mezzo quel benedetto lavor, che li tiene ancorati a Milano.
Insomma, dove sono andati a finire quei bei terron completamente terron e quei bei polenton completamente pulenton di prima della guerra?
Ma, soprattutto, dove sono andati a finire quei supermeridionali che passavano la vita a laurearsi in giurisprudenza, a tentare concorsi, a costruire case di un sol piano, a coltivare ulivi e senso dell'onore, a litigare per la "roba" ed a battersi per il rispetto?
Forse sono tutti qui: mimetizzati, livellati ed inseriti.
Dei morti di nebbia con una profonda nostalgia di Sud nel cuore. Che, se non se ne tornano gi, non  perch - come dice la storiella - sono simili ai go-carts: piccoli, rumorosi e senza la marcia indietro, ma perch c' ormai di mezzo, anche per loro, quel tale benedetto lavor...
Gente, insomma, che avrebbe potuto salvarsi restandosene sulla terraferma del sano provincialismo e che ha invece preferito imbarcarsi su questa modernissima Michelangelo dell'Idroscalo. Su questa supernave del futuro che porta solo passeggeri integrati.
" inaffondabile", dicono.
Ed  vero, ma balla da matti.











QUI VIVE
L'ARCHITETTO
 PEPPINO VERACE
MORTO DI NEBBIA
IL 7 OTTOBRE 1963
IN SEGUITO
A DELICATO INTERVENTO
DI SUO CUGINO NICOLA

"Pronto?" fece Nicola.
"Qui, casa dell'architetto Verace. Dica pure..."
"Sono Nicola. Nicola da Nola. C' l'architetto?"
Silenzio.
"Oh bella... Pronto? Con chi parlo?..."
Altro lungo silenzio e poi: "Bene. Riferir".
"A la faccia della scostumatezza..." pens Nicola.
L'architetto Peppino Verace aveva lasciato Nola per Milano nel 1963, s'era inserito nella metropoli lombarda e non aveva pi dato notizie di s.
In paese si diceva che s'era completamente inserito e che faceva l'architetto moderno. Uno di quelli che, se la parete ha una macchia di umido, ti dicono "Lei non si preoccupi" e te la incorniciano a mo' di quadro. Un architetto di grido, insomma. Ma di grido di cliente, come dicevano gli amici rimasti a Nola.
Al paese suo non c'era pi tornato. "Si vede che ha ancora la 600..." sostenevano gli amici di Nola.
A sua madre scriveva raramente, su cartoncini giallino-malaria e con un pennarello cos spesso che con quattro righe se la sbrigava. Ma sua madre era contenta lo stesso perch sul cartoncino, in alto, ci stava stampato Interior Decorator Giose Verace, col numero di telefono che teneva sette cifre e col paletto del telegrafo vicino ad un assai misterioso Decorverace Milano.
"Se a Milano hai bisogno di qualcosa" aveva detto a Nicola Zia Assuntina, "fatti sentire da Peppino: vedrai che ti aiuta...  tanto buono Peppino mio..."
Ora, non  che Nicola avesse bisogno di nulla.  che, dopo sette giorni di Milano, uno del Sud si sente la nebbia nel cuore e vuole parlare con qualcuno che s'intenda di sole.
"Gli ritelefoner domani" si disse. E l'indomani ritelefon.
"Pronto?"
"Qui, casa dell'architetto Verace. Dica pure..."
"Sono Nicola. Suo cugino Nicola da Nola. Ho telefonato ieri. C' mio cugino l'architetto? Mi trovo a Milano per un corso sulla televisione a colori e..."
Silenzio.
"Ma insomma, c' o non c' mio cugino? Che se non vuole rispondere, tanto piacere. Dica che sua madre sta bene, che lo saluta e che ho un pacco da consegnargli..."
"Bene. Riferir".
"S, e gli riferisca pure che..." stava per aggiungere Nicola, seccato.
Pos il ricevitore e fece per guardar fuori. Ma si accorse che il fuori non c'era: quattro casoni sostavano a tre metri dal casone suo, la strada era lastricata di auto ed il cielo sembrava il paniforte dipinto col nerofumo.
Abitava presso la signora Maugeri, una delle tante meneghine che per arrotondare lo stipendio di cassiere o di telefoniste affittano volentieri una stanza a "studenti o impiegati anche meridionali purch distinti e trimestre anticipato" e che, dopo un anno, si ritrovano con una stanza in meno ed un genero in pi.
Per sfortuna di Nicola, la signora Maugeri aveva una figlia sola e c'era gi stato in casa, molto tempo prima di lui, studente distinto con trimestre anticipato.
La stanza che occupava era piccola e stretta come cuccetta di vagone letto, il bagno con spifferi, la luce fioca ed i mobili stile impero. Fascista.
"Mah..." sospir. E scosse la testa come se avesse fatto un lunghissimo discorso.
Nicola apr un libro sulla TV a colori e lo richiuse.
C'erano in lui tristezza e nostalgia assieme. Ma una di quelle dolci tristezze che vengono solo a Milano o a Londra e solo nel trimestre novembre-gennaio.
"Per la scostumata ha una voce deliziosa..." vagheggi Nicola. "Sobria ma deliziosa... Qui, casa dell'architetto Verace. Bene, riferir..."
E ricompose velocissimo il numero del cugino.
"Pronto?"
"Qui, casa dell'architetto Verace. Dica pure..."
"E beh, allora io le dico che lei ha una voce calda e dolcissima! Ecco cosa le dico. E le dico anche che io sono solo, triste e nolano. Non sa cosa significa nolano? Vuol dire nativo di Nola, ma vuol dire anche romantico e pieno di voglia di vivere... Mi capisce? Io non so chi sia lei, ma sento che mi  simpatica..."
"Bene, riferir" fece la voce femminile. Ma Nicola ebbe l'impressione che la voce... sorridesse.
"S, s: riferisca" esclam e pens a reconditi sottintesi. Era felice. Stranamente felice: quella voce soave ma distaccata, calda e professionale ad un tempo, gli aveva cacciato in corpo una manciata di sole.
La stanza ora gli sembrava comoda ed accogliente, il bagno confortevole, la luce vivissima ed i mobili raffinati.
Persino la nebbia, gli sembrava foschia.
Cos, sera dopo sera, continu a telefonare. L'altra, dopo la premessa di qui..., taceva. Ma taceva ascoltando, lo si capiva. E quando diceva: "Bene, riferir" sorrideva. Era chiarissimo.
A Nicola parve anzi che il tempo tra il qui ed il bene aumentasse sera per sera e lui ne approfittava per infilare in quello spazio frasi delicate ed appassionate. Trasparenti romanticherie nolane che forse non avrebbe avuto il coraggio di dire ad una donna che avesse potuto interromperlo.
Nicola era timido e meridionale. Il che voleva dire che per sparare ad un passero era solito usare il cannone e che le frasi ardenti che uno di Voghera o di Pordenone usa una sola volta nella vita e solo per la destinataria del proprio cognome, Nicola era solito distribuirle a fasci.
Cos, accadeva che il passero, davanti alla bocca del cannone, cedesse pi per lusinga che per effetto del colpo.
Nicola lo sapeva e quella sera, bloccato in casa tra auto, paniforte e casoni ne discuteva con un compaesano venuto a fargli visita.
"E s, caro Salvatore, mi sono innamorato di una voce. Di una voce che ascolta, sorride e tace".
"Nic, voci che sorridono non ne esistono. E poi, se tace come fai a sapere che  'na voce?"
"No: qualcosa la dice... Dice: qui casa dell'architetto Verace. E poi, alla fine: bene. Riferir".
"Nient'altro?"
"No. Nient'altro".
"E ripete sempre la stessa cosa?"
"Sempre Salvat".
"Nic, quella non  'na voce:  'nu nastro! Si chiama segretaria telefonica. Tu parli e lu nastro incide. Capisci? Poi l'utente... Ma tu a chi telefoni?"
"A mio cugino, all'architetto Verace", fece Nicola da Nola, pallidissimo.
"E poi tuo cugino Verace si riascolta le telefonate tue!"
"Le telefonate mie?!?" fece Nicola, rauco come se avesse passato una notte nudo sulla neve.
"E s, le telefonate tue. Quello  un apparecchio che tengono le persone importanti per registrare gli appuntamenti. Poi richiamano loro, quando hanno tempo..."
"E sto fetente non mi ha mai richiamato..."
"Se non gli hai lasciato u' numero tuo..."
"Certo che glielo ho lasciato. L'ho detto a lei... S, insomma, alla segretaria telefonica, come la chiami tu".
"Vuol dire che s' seccato. E che diamine, Nic: tu arrivi da Nola e prima ancora di farti vivo con lui gli fai la corte alla segretaria..."
"Ma se  un nastro..."
"Nastro o no  'nu strumento di lavoro. Lo sai, no, come sono 'sti milanesi?"
"Peppino  di Nola".
"Ma vive a Milano. E issi, nativi o inseriti, col lavoro non ci scherzano. Tu invece ci hai scherzato troppo..."
"Ma io l'ho amata! Mi capisci Salvat?"
"S, hai amato 'nu nastro..."
Nicola da Nola avvert una forte voglia di piangere e forse avrebbe pianto se in quel momento non avesse squillato il telefono.
"Pronto?" fece Nicola.
"Sei Nicola? Nicola da Nola? Io sono Maria Luisa..."
"Il nastro!" sussurr l'altro e cominci a sudare freddo, facendo segni all'amico.
Salvatore gli si fece accanto. "Chi ?" chiese. Nicola copr con la mano il microfono e sillab: "l-e-i... i-l... n-a-s-tro..."
"Pronto?" rifece la voce femminile. "Sei solo?"
"No, c' qui con me l'amico mio Salvatore" farfugli Nicola.
"Allora niente. Ciao".
"No, no aspetta... Ti prego".
L'altra aveva riattaccato.
"Salvat, esiste... Esiste! Non  un nastro... Si chiama Maria Luisa... Non ha voluto parlare perch c'eri tu. Ma io richiamo ora stesso" e fece il numero del cugino.
"Pronto? Maria Luisa?"
"Qui, casa dell'architetto Verace. Dica pure..."
"E no, Maria Lu, 'sta storia ha da fin. Senti: io voglio conoscerti. Voglio vederti. Mi baster fissarti negli occhi, sfiorarti una mano. Maria Lu, perch non vuoi parlare?"
"Bene. Riferir..."
"Cosa ti ha detto?" chiese il compaesano.
"Che riferir. Ma la voce tremava, stavolta. Ne sono sicuro. Domani sera andr da mio cugino. La vedr. Mi capisci, Salvat?, la vedr..."
Quando rincas la signora Maugeri, Nicola aveva una tale voglia di parlare che le spieg dapprima la regolazione del sincronismo verticale di un apparecchio a colori per poi far scivolare il discorso - con sommo stupore della Maugeri - sulle donne milanesi, sul loro fascino e sull'abisso che le divideva dalle donne meridionali.
La signora Maugeri assent, fece riscaldare il suo latte serotino e pens che il suo inquilino l'era un pu' matt.
Alle sette e mezza dell'indomani sera, Nicola era gi pronto. S'era sbarbato come se dovesse partecipare ad una gara di rasatura elettrica, aveva spazzolato l'abito blu sino a renderlo celeste, aveva indossato la camicia preferita e la cravatta da 3500. Guard l'orologio: le 7 e 35. Cominci a fumare senza sedersi per non rovinare la piega dei calzoni. Torn allo specchio, si rispazzol e riguard l'orologio: le 7 e 40. Dannazione, mancava un'ora e venti.
Decise di incamminarsi ("Col traffico di Milano non si sa mai"), ma alle 8 e 10 era gi sotto la casa del cugino. Entr in un bar ("Chiss perch al paese mio i bar li chiamano caff?") ed ordin un Campari perch pensava che a Milano fosse obbligatorio. Le 8 e 25. Compil una schedina del Totocalcio, guard la TV, apprese che TRIX lavava di un bianco incredibile e che l'onorevole Zappulla aveva inaugurato una scuola per la sistemazione dei fiori recisi. Le 8 e 47. Si avvi, entr, fece un paio di boccacce d'assesto davanti allo specchio dell'ascensore e suon alla porta dell'Interior Decorator Giose Verace.
"Buonasera" fece una giovane signora, sulla soglia. "Chi desidera?"
Nicola tent di emettere un suono qualsiasi ma non ci riusci. " lei" pens. "Non c' dubbio: la voce  la sua".
"Chi ?" fece Peppino avanzando in anticamera. "Nicola? Come mai? Che bella sorpresa... E mia madre? E i tuoi? Come sta zia Carmela?"
"Ben..." balbett Nicola.
"Conosci mia moglie? Maria Luisa... Poi darle del tu, sai. Ti piace?"
"S, grazie" rispose Nicola, farfugliando quel grazie che non c'entrava.
La casa era d'un moderno incredibile. Seggiole che parevano tavoli e viceversa. Soprammobili da pungersi solo a toccarli e luce talmente indiretta da scambiarsi per buio. Libri inutili ma belli, manifesti a mo' di quadri e strani aquiloni di plexiglas appesi al soffitto.
Jazz freddo proveniente da dietro una tenda. Odor di wurstel proveniente dalla cucina.
Nicola, impacciato e confuso, si muoveva con estrema lentezza e se diede un paio di capocciate ad una trave, lo si deve al fatto che l'appartamento era mansarda.
Sedettero in sala. Nicola, di tanto in tanto, guardava Maria Luisa con uno sguardo che pareva destinato ad un quadro astratto posto alle spalle della cugina. Mentre la giovane signora Verace, deliziosa nella sua minigonna, se il sorriso non era diretto ad un quadro astratto posto alle spalle del tecnico della TV, sorrideva proprio a lui.
Alla domanda di Nicola: "Te la cavi bene a Milano, eh?" Peppino fece una smorfia e rispose: "Be'... sai com'?... Gli inizi sono sempre difficili e i clienti non si sprecano... Ma arriveranno. L'importante  darsi un cachet. Vedi che bella casa? Tutto a rate... Ma non ci manca nulla".
"E tieni pure la segretaria telefonica..."
"Be', non proprio..." sussurr Peppino.
"Come, non proprio?"
"Niente:  che un professionista che si rispetti, a Milano, deve averla. Cos, noi... l'abbiamo improvvisata. Al telefono risponde sempre Maria Luisa e se si tratta di una voce sconosciuta tace, chiudendo poi con un: "Bene. Riferir"".
"Ma io ho detto che ero Nicola da Nola..."
"Con quel nome Maria Luisa ti avr scambiato per un cantautore..." fece Peppino, sorridendo. "Per un eventuale cliente, insomma. Vero cara?"
"Sar, ma nelle telefonate successive mi pare di aver detto che ero tuo cugino..."
"Hai telefonato pi di una volta?" chiese Peppino, sorpreso.
Nicola guard il quadro astratto posto alle spalle di Maria Luisa, tossicchi e disse: "No... ora che ci penso bene, ho telefonato una volta sola..."













QUI VIVE
IL PICCHESSERE
 GAETANO LOMAZZO
MORTO DI NEBBIA
IL 2 MARZO 1948
DOPO
LUNGO E PENOSO INSERIMENTO
(PROVVISORIO)

"Hai sentito? La Maria  impazzita" fece Giovanna.
"Impazzita?" chiese Luisa, allarmatissima. "E quando?"
"Ieri. Le hanno chiesto chi era il ladro della spider e lei, indovina che cosa ha risposto?"
Luisa, pur essendo una di quelle che in genere ci azzeccano, non indovin.
"Un, due... Un, due... Un, due..." precis Giovanna.
"Il numero di telefono del ladro?..."
"No. Una semplice serie di numeri: 1-2... 1-2... 1-2..."
"Cose da pazzi..."
"Appunto: cose da pazzi" concluse Giovanna.
Giovanna e Luisa erano alte 3 metri e 20, vestivano di grigio ferro, avevano occhi rossi e bocca perforata. Erano, in altre parole, macchine per la elaborazione di dati elettronici.
Parlavano per simboli, con rapidit infernale. Ma si intendevano perfettamente e in un millesimo di secondo si dicevano - tra la elaborazione di un dato e l'altro - quello che due telefoniste della Stipel si dicono - tra una chiamata e l'altra - in vent'anni.
I discorsi erano discorsi femminili. Basati sul calcolatore tanto distinto dell'ufficio amministrazione, sulla moda di quelle ridicole miniperforature o sui tecnici. Che, al giorno d'oggi,  cos difficile trovarne uno; che i pi bravi sono quelli friulani ("Oh Dio, non che si possa pretendere molto, ma almeno le programmazioni pi pesanti te le fanno") e che presto sarebbe successo quello che succede in America dove le Macchine si autoprogrammano o si accontentano di tecnici ad ore.
Tecnici che esse, nel loro gergo automatico e velocissimo, chiamavano picchesseri per contrazione dei termini piccoli ed esseri.
Dove, anzi, la contrazione pareva determinata pi da ragioni di disgusto, che di sintesi. Una sorta di odio razziale contro quei minuscoli esseri in camice bianco che dopo di averle solleticate all'altezza dell'ombelico attraverso centinaia di bottoni, accoglievano con ipocrita sorpresa gli elaborati delle loro complesse operazioni.
Un senso di superiorit evidente e schiacciante. Un'arroganza persino indisponente, manifestata attraverso risposte irritanti. Come quel: "Chiedilo a tua sorella" elaborato un giorno dalla Macchina Guglielmina per il tecnico 479 che le aveva chiesto, scherzosamente, quanto impiegherebbe un canguro ad arrivare da Sydney a Milano facendo tre salti in avanti e due all'indietro.
Erano consce della loro forza e ne approfittavano. Si sentivano le Callas della radice cubica, le Eleonore Duse del calcolo infinitesimale. Traducevano simultaneamente in dodici differenti lingue, regolavano il traffico dei principali aeroporti e prevedevano i millimetri di pioggia di tutti i futuri febbrai dell'universo.
Se qualcuna diceva: "Ho un figlio che fa il vigile elettronico a Londra", l'altra ribatteva subito: "Pensi che la mia bambina, quando aveva solo sedici circuiti, faceva gi bellissime poesie programmate".
Trattate con religioso rispetto, vivevano in ambienti a temperatura costante ed in loro presenza era vietato fumare.
Consideravano l'uomo un accessorio non indispensabile, la donna un riproduttore di tipo antiquato e concepivano la vita solo in funzione della rapidit e della precisione.
Tanto che quella improvvisa pazzia di una collega rappresentava per Giovanna e Luisa un fatto assolutamente inconcepibile e di eccezionale gravit.
"Ma tu hai saputo come siano andate esattamente le cose?" chiese Luisa.
"Con esattezza, no. Per... Scusami. S? Pronto? Milano Giovanna, Palace due libere con bagno, vista interna".
"Chi era?"
"Un'Agenzia di Viaggio greca. Voleva la situazione delle camere libere dell'Hotel Palace".
"Io credo che la Maria sia impazzita per via della criminoprogrammazione. S? Pronto? Milano Luisa, ferma per manutenzione. Figurati se  questa l'ora di chiedere la cubatura di una chiesa per 2000 fedeli... Dicevamo?"
"Della Maria. Dicevi che la colpa potrebbe essere della criminoprogrammazione..."
"Ah s. Ho saputo che il picchessere Gaetano..."
"Gaetano? E chi ?"
" un soprannome. In realt il tizio si chiama Quattrosetteduequattro, ma in Centrale le altre lo chiamano cos per prenderlo in giro.  lui che ci ha appioppato questi ridicoli nomi di donna. Be', ti dicevo, pare che il Gaetano abbia inventato... S? Pronto? Milano Luisa: 374 periodico..." "Inventato cosa?"
"La criminoprogrammazione, appunto".
"E cio?"
"E cio l'inserimento in Maria di tutti i dati anagrafici, psicologici e fisiologici degli abitanti di Sesto San Giovanni per consentire l'individuazione automatica dei colpevoli. S? Milano Luisa: le ho gi detto 374 periodico... E mi arrabbio s, scusi.  la seconda volta che me lo chiede!"
"Per individuare automaticamente i colpevoli di cosa?" chiese Giovanna.
"Di qualsiasi reato: dal borseggio all'omicidio premeditato".
"Sai che non ti capisco?"
"Come fai a non capire? Hanno infilato nella Maria tutti i dati di - mettiamo - Abate Aldo. Sesso, et, altezza, circonferenza del torace, se  mancino o claudicante, se soffre di vertigini o di mal di denti, se  superstizioso o ottimista, se legge fumetti o diritto romano..."
"S, se ha l'amante o un callo all'alluce..."
"Esattamente. Tutto di tutti!"
"Ma  stato un lavoro bestiale..."
"Figurati che solo per le interviste a base di siero della verit e per la schedatura ci sono voluti sette anni. Ora per l'essenza di ogni cittadino  concentrata in tre centimetri di nastro perforato. Dopo l'Abate, l'Abbondio, l'Adami e cos via sino all'ultimo abitante di Sesto".
"E perch Sesto e non, che so, Tarquinia?"
"Perch Gaetano lavora a Sesto. Ha voluto fare un esperimento su scala ridotta. Poi, se l'esperimento funzioner, verr esteso a tutta l'Italia e forse al mondo intero".
"A la faccia..."
"A la faccia s! Ma ti rendi conto degli enormi vantaggi che offre il sistema?"
"S, s... Ma intanto... Pronto? Milano Giovanna: meno 3,2 nel 1998. Ma intanto l'esperimento ha fatto impazzire la Maria... Per me, le hanno cacciato dentro dati adulterati..."
"No, non credo. Durante la selezione ha risposto esattamente.  stato all'ultimo momento che..."
"Appunto. Ma perch, benedetta ragazza, non ha risposto logicamente? Di' un po', non si tratter mica di un reato militare? Sai... quell'1-2... 1-2...?"
"Macch. Si tratta di un banalissimo furto di auto. Di un ciclista che ha rubato una spider".
"Ma se era un ciclista..."
"E che vuol dire? Si sar stufato di esserlo..."
"E poi: un ciclista che ruba proprio una spider..."
"Aho, dico: vogliamo fare una graduatoria?" fece Luisa con tono irritato. "Ciclista ruba cinquecento; motociclista ruba millecento..."
"Non dico questo.  che mi sembra assurdo..."
"Assurdo o no, sta di fatto che hanno visto un uomo appoggiare al muro una bicicletta nera, salire sull'auto mentre il proprietario era sceso a comperare le sigarette e partire a tutto gas. S? Pronto? Milano Luisa: il problema non ammette soluzioni.  il solito rompiscatole che vuole fare quadrare il cerchio. Appena segnalato il furto  stata messa in moto la Maria per la selezione dei dati".
"E allora?"
"E allora ecco i risultati. L'avevano collegata a me per un controllo. Aspetta, debbo averli da qualche parte... Ah, eccoli".
Sul quadro luminoso all'altezza dell'appendice di Luisa comparvero i seguenti dati:

PROBLEMA

Ciclista con bici nera et impermeabile marrone, anni 50-55, ore 22-23, piazza bici accanto at portone et fugge con spider. Primo semaforo verde si arresta. Automobilista che sta dietro suona clacson. Uomo in spider fa segno corna et pronuncia corrispondente termine in lingua tedesca.

Procedimento
a) possessori di bicicletta: 82.141
b) elementi tipo a con bicicletta nera: 17.418
c) elementi tipo b dai 50 ai 55 anni: 8.912
d) elementi tipo e con cognizioni di motori a scoppio: 4.280
e) elementi tipo d liberi dal lavoro tra le ore 22 e 23: 4.141
f) elementi tipo e con impermeabile marrone: 1.912
g) elementi tipo f abitanti ad almeno 5 chilometri dalla zona furto: 918
h) elementi tipo g daltonici: 7
i) elementi tipo h con cognizioni di lingua tedesca: 1.

Soluzione: vedere scheda numero: 1-2... 1-2... 1-2...
"Peccato" concluse Giovanna. "C'era quasi arrivata... Povera Maria... Era cos brava... Ricordo quella volta che estrasse la radice cubica dal logaritmo di -327 alla settima, due secondi prima che l'operatore schiacciasse il pulsante... Soffre molto?"
"Credo di s. L'hanno portata in Laboratorio... S? Pronto? Milano Luisa, ascisse 32, coordinata 27,2. Pare che le abbiano trovato un osso d'oliva negli ingranaggi. L'operazione si presenta difficile: sai come sono questi picchesseri? Magari riescono a cambiare il cuore a un uomo, ma se debbono mettere le mani in una di noi..."
"Io partirei dall'osso d'oliva".
"Io partirei invece da quell'1-2... 1-2..."
In quell'istante entr Gaetano.
Era un uomo piccolo, curvo, con spessi occhiali e con un numero impresso sul camice, all'altezza delle scapole.
Abituato a misurare il tempo in anni-luce, sembrava egli stesso privo d'et. Cinquanta anni-uomo, forse, o molti di pi.
Nome e baffi tradivano un'origine insulare. Aveva tre lauree, due figli ed una moglie. Ma i figli l'avevano visto un paio di volte in tutto, perch usciva di casa alle 7 e rincasava alle 10 di sera, quando cio i piccoli dormivano ancora o gi. Tanto che Carlo un giorno aveva chiamato pap il medico dell'ambulatorio, per via del camice bianco e degli occhiali.
Di domeniche, natali, pasque e primi maggi manco a parlarne perch loro, le Macchine, elaboravano 365 giorni su 365.
Conosceva inglese, francese, spagnolo e russo, ma il tedesco era la sua seconda lingua. Possedeva una bicicletta nera ed un impermeabile marrone che indossava da undici autunni e da altrettanti inverni.
Assunta, sua moglie, sosteneva a volte alterne di essere una zitella sposata o una vedova col marito vivo ed invidiava la cognata ragusana che aveva sposato un ciabattino con il deschetto piazzato nell'unica stanzetta a pianterreno.
Gaetano non parlava mai. Pensava e - pi che vivere - programmava. Dopo l'invenzione dell'Automatic Criminal Selector, era diventato ancora pi piccolo e curvo.
Viveva nel Quartiere Tecnico e da tempo soffriva di incubi. Di notte, si alzava improvvisamente, afferrava il registratore che teneva sul comodino e cominciava a dettare pensieri sconnessi.
"Domani la metropolitana arriver ovunque. Cinque, sette, dodici linee. Sar comoda e veloce, ma tutti continueranno ad usare le auto. Auto sempre pi basse, sempre pi veloci e sempre pi straniere. Chi possieder una 500 sar costretto a viaggiare di notte".
"Non ci sar pi nebbia perch le strade saranno talmente anulari che molti non riusciranno pi ad uscirne. Aboliti piante e giardini, di verde resteranno solo i semafori. Forse, in primavera, germoglieranno".
"I pochi negozi che si ostineranno a vendere radio a valvole, materassi di lana, camicie che si stirano e detersivi senza punti-premio verranno considerati negozi di antiquariato".
"Trascorreremo sabati, domeniche e ferie impostando e dibattendo il problema della migliore utilizzazione del tempo libero".
"Le citt pulluleranno di distributori a gettoni. Avremo i distributori a gettone di cartoline gi affrancate e complete dei cordiali saluti. I rilassatori a gettone, i rifacitori a gettoni della piega dei calzoni. E i distributori di gettoni funzioneranno ovviamente anch'essi a gettone".
Quando Gaetano entr in Centrale, Giovanna lo intravide e fece: "Sss...  qui..."
"Figurati se capisce quello che diciamo" ribatt Luisa.
"Non si sa mai. Vediamo cosa fa, piuttosto". Gaetano fiss prima Giovanna e poi Luisa. Prese uno sgabello, si sedette accanto al ventre di Giovanna e cominci ad inserirle dei numeri.
"Che fa?" chiese Luisa.
"Mi inserisce 325.780... Lo vuole moltiplicato per 13... e poi per 21..."
"Se si tratta di moltiplicazioni non potrebbe farsele a mano?"
"Aspetta... Mi inserisce 1184... Il 50%... Vuole il 4% del primo risultato... per 25..."
"Ma insomma, che vuole?" fece Luisa, irritata. "Ah... ecco... Liquidazione... pensione... costo biglietto Milano-Ragusa... chilometri 1184... riduzione 50%... Rendita 4% su liquidazione... conteggio per 25 anni... Scusami, gli rispondo e ne riparliamo".
Appena Gaetano sfior il pulsante, a Giovanna le si illumin un quadratino all'altezza della bocca e comparvero i dati richiesti.
"Hai capito?" esclam Giovanna. "Se ne va. Si dimette. Chiede di essere liquidato e poi se ne parte, in treno, con lo sconto del 50%, per Ragusa. Dove conta di vivere altri 25 anni con la pensione e la rendita al 4% della liquidazione... Ahi... Ahi... Aiuto!!"
"Giovanna, cos'hai?" chiese Luisa, allarmatissima.
"Mi fa male qui... qui... Ahi,  pazzesco... Ohi... L'osso... L'osso d'oliva!!!". Improvvisamente le si accesero tutte le luci, i segnali presero a pulsare freneticamente, gli indici oscillarono a ventaglio e dalle orecchie cominciarono a srotolarsi lentamente due lunghi e sottili nastri perforati.
Gaetano la guard con un ghigno. Prese nota dei dati, mise in bocca un'altra oliva e quando fu all'osso, prima lo succhi con avidit e poi l'introdusse con violenza nel foro programmatico di Luisa.
Si accost quindi alla telescrivente collegata con la Maria della Questura e scrisse: "Spider est angolo via Carretta piazzale Donati stop Trattasi maniaco desideroso controllare se Automatic Criminal Sistem funzionava".
Quindi si tolse il camice, lo gett nel cestino ed usc.


QUI VIVE ROCCO MICCICH MORTO DI NEBBIA
IL 17 SETTEMBRE 1967 PER GRAVE INFRAZIONE AL "TL".


"Documenti" fece il milite.
Rocco Miccich apr gli occhi e balz in piedi, salutando con il braccio teso e le dita della mano destra aperte ad L.
Poi mostr la scheda di identit.
"Impiegato" mormor il milite, inserendo ed estraendo la scheda dall'electrovisor che portava a tracolla. "E voi passate cos il vostro Tempo Libero? Sdraiato su una pubblica panchina..."
Si capiva che il milite aveva pronunciato "tempo libero" con la T e la L maiuscole.
"Mi sar appisolato involontariamente..." farfugli Rocco.
"Lo spiegherete al Comandante di Quartiere" tagli corto l'altro. "Seguitemi".
Salirono sul nastro stradale 731 e dopo dieci minuti si trovarono davanti al Comando.
Il milite inser un cartoncino verde in una macchinetta a muro, lo applic all'occhiello del Miccich, salut ed usc.
Rocco sedette su quattro tubi conciati a sedia e si guard in giro: una decina di persone sedevano su altri tubi e tutti avevano un cartoncino verde all'occhiello.
"Infrazione al Tempo Libero?" chiese a Rocco il giovane che gli siedeva a fianco.
"S. Dormivo. E voi?"
"Mi sono fatto aiutare dall'idraulico..."
"Su si..." zufol Rocco, con aria preoccupata. "E quando?"
"Ieri. Il portinaio deve aver fatta la spia. Avevo lo scarico del lavello otturato e gli ho chiesto se conosceva un idraulico".
"Infrazione all'art. 73 del Codice di Tempo Libero, quello che prevede l'obbligo di farsi le piccole riparazioni da soli. Non  cos?" chiese Rocco.
"Esatto" fece l'altro. E chin il capo.
In quel momento lampeggi sul soffitto una lampada rossa ed una voce metallica scand: "Imputato 791, all'analisi".
Un vecchio si alz e si avvi lentamente verso una porticina d'acciaio su cui campeggiava la scritta "ANALISI".
Un'ora pi tardi tocc al giovane dell'idraulico e subito dopo a Rocco Miccich.
"Accomodatevi" fece il Comandante. Mentendo perch nel locale non c'era l'ombra di una sedia.
"Dunque, voi sciupate il Tempo Libero dormendo..." esclam quando la scheda del Miccich comparve, proiettata e fortemente ingrandita, sulla parete bianca.
"Sonnecchiavo" precis Rocco.
"Dormire e sonnecchiare, da un punto di vista strettamente giuridico, sono sinonimi. Quello che conta  che il vostro Tempo Libero voi non lo utilizzate razionalmente. Perch non raccogliete francobolli?" chiese quindi, a bruciapelo, accendendo un faro sul viso del Miccich.
"Sono allergico alla saliva altrui" balbett Rocco, coprendosi gli occhi con l'avambraccio.
"Andate a caccia?"
"Sono miope".
"Giocate coi trenini?"
"Ho quarantasei anni..."
"Montate modellini di aerei, d'auto, di barche?"
"Ci ho provato, ma mi si appiccicano i pezzetti alle dita".
Il Comandante parlava velocemente, con gli occhi socchiusi, come uno che recita qualcosa che sa a memoria.
"Leggete?"
"Faccio il bibliotecario... Voi capirete che..."
"D'accordo. Allora dipingete?"
"Quadri?" chiese Rocco.
"Quadri, pareti, armadietti... Non importa. Insomma, usate colori e pennelli?"
"Sinceramente: no..."
"Andrete alle partite di calcio, almeno?"
"Tengo al Trapani e vivo a Milano..."
"Ma insomma" url il Comandante facendo un doppio giro sulla seggiola avvitata al pavimento "voi non fate niente di ci che  prescritto!! Non avete un hobby, non vi occupate di sport, non fate collezione di nulla. Immagino che non facciate neppure le piccole riparazioni casalinghe. Voi siete il tipo che, se vi si guasta il televisore, chiamate il radiotecnico. Negatelo, se ne avete il coraggio!"
Rocco arross e cal gli occhi a terra.
"Bene" concluse il Comandante "La vostra analisi  completa. Sarete chiamato in tribunale. Potete andare".
Rocco salut col braccio teso e le dita della mano destra aperte ad L ed usc. Si inser sul nastro stradale 493, al secondo incrocio salt sulla pedana statale 42/R e venti secondi dopo si ritrov a casa.
"Sono le tre, Rocco. Cosa ti  successo?" chiese Clementina ripassando ai raggi infrarossi il foglio della bistecca.
"Mi hanno beccato al parco mentre riposavo".
"Infrazione al Tempo Libero?"
"Esatto. Sar processato".
Clementina non fece commenti, ma Rocco sapeva come la pensava sua moglie. Sapeva di aver sposato un'adeguatista. Una, cio, rassegnata al tanto il mondo  cos e non sarai certo tu a cambiarlo. Una che sbadigliava, quando Rocco citava.
"Sai cosa diceva Le Bon?" cit Rocco.
"Chi era Le Bon?"
"Non so, ma so che lo diceva..."
"Cosa?"
"La libert non  altro che la facolt di scegliere la propria schiavit".
"Non capisco a quale schiavit alludi" precis Clementina con le gote gonfie di sbadiglio.
"Alludo alla schiavit di scegliermi un post-lavoro, alludo! Hanno scritto enciclopedie sul Tempo Libero. Cose incredibili ed incomprensibili. Posso citarti qualche passo?"
Clementina sbadigli di s e Rocco ricit.
Effettivamente non si capiva gran che di quello che i tecnici TL dicevano. Sembravano critici d'arte.
"Persino con la casalinga se la sono presa" esclam Rocco. "Sai che cos' una casalinga?" incalz.
"E che diamine" sbott Clementina. " una come me..."
"Niente affatto!" chiari Rocco. " una cellula elementare ed organica della struttura urbana".
"Ma questo lo dici tu" fece Clementina, genericamente offesa da una definizione che non aveva afferrato in pieno.
"Veramente, lo dice un assessore comunale di Roma. Il quale ha fatto il conto dei minuti persi dalle donne italiane nel disbrigo delle faccende domestiche e dice che moltiplicando tutti questi minuti per un totale di 12 milioni di casalinghe si ottengono rilevanti quantit di tempo..."
"Perso" complet Clementina, risbadigliando.
"No: libero" precis Rocco. "Tempo libero da utilizzare meglio".
"D'accordo," sussurr Clementina "ma questi non vogliono farti lavorare: vogliono solo che tu occupi pi razionalmente il tuo tempo libero".
"Ma se  libero," sbrait Rocco "perch debbono organizzartelo? Sai piuttosto perch se ne occupano tanto?"
Clementina non lo sapeva e Rocco ne approfitt per rispiegarglielo.
"Perch predicando e distribuendo tempo libero, l'uomo possa realizzare consumi sempre pi vasti, senza i quali l'attuale struttura sociale non potrebbe sopravvivere".
Rocco Miccich sosteneva, in altri termini, che i veri interessati alla corretta utilizzazione del Tempo Libero erano gli industriali, costretti com'erano a fornire alle masse non gi un tempo di riposo e di recupero per una migliore efficienza nel lavoro, ma solo e soltanto un maggior tempo di consumo.
"Ro', per favore, parla pi chiaro" chiedeva Clementina. E Rocco passava alle esemplificazioni.
"Quante cineprese abbiamo?"
"Due".
"E registratori?"
"Tre".
"Macchine fotografiche, trapani, saldatori, radioline portatili, cassette di pittura, dispense, libri di arte?"
"Non so..."
"Esatto: non lo sai! Non lo sai, perch sono andati a finire in fondo ai cassetti, in solaio, in cantina o in alto, negli armadi. E com'era stato giudicato l'acquisto?"
"Ma... non so... non ricordo..." farfugliava Clementina.
"I-n-d-i-s-p-e-n-s-a-b-i-l-e!" scandiva Rocco e riversava sulla consorte fiumi di parole contro la civilt dei consumi.
Sbraitava contro il tuttelettrico, il tuttopresto, il tuttomolto, il tuttopronto ed il super superfluo che ti costringe a consumare subito una grande quantit di cose gi pronte che poi non ti servono.
Sbraitava contro l'Ente Nazionale Benessere che prima ti impone la media delle 2,3 auto per famiglia e poi ti inventa le "zone verdi"; contro l'Europa che ti scopre l'America per farsi scoprire dagli americani; contro i giovani che sono sempre esistiti ma che ora sono diventati un problema e contro i mass-media che - a sentire i competenti - sono la causa di tutto.
Ma con uguale veemenza non parlava fuori casa. In ufficio, al bar o in villeggiatura taceva, assumendo anzi l'atteggiamento dell'adeguatista.
Partecipava ai Sabati Liberi Rionali in divisa di filatelista e nelle evoluzioni con canna da pesca era uno dei migliori. Conosceva a memoria il decalogo del Perfetto Collezionista e se qualcuno raccontava storielle antempliberiste si allontanava con una scusa.
A casa per, rientrando dalle adunate, scaraventava su di una sedia il camice nero o gli stivaloni da pesca e si sdraiava sul letto con gli occhi socchiusi, le mani incrociate dietro la nuca, imprecando come un pazzo.
Mentre Clementina sospirava e taceva.
La cartolina di convocazione arriv sei giorni dopo.
Parlava di articoli violati e di udienza fissata per le ore 10 di gioved 21 novembre.
" il confino!" mormor Rocco, scuotendo la testa.
"Non esagerare" balbett Clementina. "In fondo sonnecchiavi soltanto... Vedrai che saranno comprensivi. Sei iscritto al CRAL, vai ai Sabati Liberi..."
"Il Comandante di Quartiere dice che sonnecchiare e dormire sono sinonimi".
"Hai gi pensato all'avvocato?" chiese Clementina.
"Me lo assegneranno d'ufficio. Solitamente  un gerarca a riposo che occupa cos il suo Tempo Libero".
"Abbi fiducia, Rocco. Stai calmo".
E calmo pareva, Rocco Miccich, alle ore 10 di quel gioved 21 novembre.
Sulla testa del Presidente campeggiava una grande foto del Generale della Confindustria a torso nudo e con un paio di pinne da subacqueo sulle spalle.
I giudici indossavano tute che ricordavano vagamente quelle degli astronauti e l'avvocato aveva persino una lampada intermittente sull'elmetto.
L'aula era rivestita di acciaio; come il tavolo della Corte e lo scanno dell'imputato.
Impeccabile l'impianto di registrazione e molte le telecamere. Aria talmente condizionata da far sudare freddo e luci perfettamente accecanti.
"Miccich Rocco, impiegato, targato MI 2.789.871?"
"Sissignore".
"Alzate il braccio destro e giurate di dire la verit, tutta la verit, nient'altro che la verit".
"Lo giuro".
"Conoscete gli estremi dell'accusa?"
"Sissignore".
"La parola alla pubblica accusa".
Il P.M. si alz, col braccio teso e le dita aperte ad L e disse cose terribili.
Esord col dire che l'imputato era un	 anarchico del Tempo Libero; uno che lacerava buste affrancate, che comperava al figlio automobiline gi montate, che non filmava bambini n fotografava tramonti, che odiava le etichette dei vini, le armi antiche e le scatole dei fiammiferi.
Arriv persino a dire che l'imputato detestava le saponette formato mignon che si trovano negli alberghi, al punto di non portarsele a casa e che non raccoglieva n carte di agrumi, n autografi, n tabacchiere.
"Signori," concluse in un crescendo che fece oscillare l'indice dei registratori "quello che sto per dirvi  incredibile, disumano, inqualificabile. Signori della Corte: il Miccich non ha un hobby! Sapete come occupa il suo Tempo Libero? Nessuno di voi oserebbe neppure pensarlo ed io stesso ho vergogna di pronunciare il termine... Signor Presidente, signori della Corte... il Miccich d-o-r-m-e!"
In aula si ud un urlo di sdegno, seguito dal pianto accorato di Clementina.
"Chiedo" tuon il PM "che l'imputato MI 2.789.871 Miccich Rocco sia condannato alla collezione forzata di pipe per anni dodici e mesi sette in localit Montecatini Terme".
Rocco taceva.
Guard Clementina, poi suo figlio Maurizio ed il taciturno avvocato Girgenti che - com'era prevedibile - si era rimesso alla clemenza della Corte.
"Sono iscritto al CRAL..." balbett Rocco. "Partecipo ai Sabati Liberi..."
"Certo", esclam il PM. "Dalle 3 alle 5. E poi? Ve ne andate al parco a dormire! Mentre il popolo ripara rubinetti, incolla figurine e cataloga farfalle...  facile, signor Presidente, ed  comodo ingannare lo Stato iscrivendosi ad un CRAL!"
Il Presidente premette un pulsante, l'aula piomb nel buio e comparve sullo schermo la confessione resa dal Miccich al Comandante di Quartiere. Chiara e schiacciante.
Poi torn il chiaro e la Corte si ritir.
Il tempo di uscire e di rientrare: un paio di secondi.
"L'imputato Miccich Rocco, qui presente, targato MI 2.789.871" scand il Presidente " stato riconosciuto reo di grave infrazione al Tempo Libero e condannato ad anni dodici e mesi sette di libera collezione in localit Montecatini Terme".
L'avvocato Girgenti si avvicin al Miccich per sussurrargli in un orecchio: "Be'... almeno abbiamo ottenuto che la collezione sia libera e non di pipe", ma Rocco lo guard con disprezzo.
Poi squill la sveglia e Clementina disse:
"Alzati Rocco, sono le sei".
"Ma non  domenica, oggi?" fece Rocco, pallido e sudato come un cero.
"S, ma devi andare a pescare col Romanelli. Non ricordi?"
"Ricordo" disse. "Ma ho cambiato idea".
E si riaddorment.


QUI VIVONO I CONIUGI COSIMO E MARIETTA ZARB
MORTI DI NEBBIA IL 3 MARZO 1959
PER AMBIZIONE INCURABILE.

Il geometra Cosimo Zarb e signora sono a Cannes in qualit di inviati speciali della Pubblimass. "Completamente spesati", come dice l'invito.
Uno dei lavori pi misteriosi di questa terra. Lo Zarb deve vedersi tutti e quanti i film del Festival Internazionale del Cinema Pubblicitario, deve segnare su di un modulo se il film gli  piaciuto moltissimo, molto o poco e deve spedire giornalmente il modulo alla Pubblimass di Milano. Niente altro.
"Vu parl frans?" fa lo Zarb, all'arrivo, al portiere del Grand Hotel Martinez.
"Un peu... Je suis francais..."
"Scus. Av vu un sciambr matrimonial pur mu e pur ma madam?"
Ma madam  la signora Zarb. Bruna, bassa, tonda e con soprabito di seta dalle sette del pomeriggio in poi.
Il portiere lo manda alla Reception e quello della Reception la sciambr matrimoniai gliela d. Ma invece di dargli la 14 che si dice "catrs" e basta gli d la 196 che si dice in una maledizione di modo che lo Zarb, la sera, preferirebbe dormire all'addiaccio pur di non chiedere la chiave.
Intanto, sugli schermi del Festival c' un detersivo che stralava pi extrabianco di tutti i superbianchissimi ed un altro che lava cos bianco che se non dice di lavare pi bianco ancora  un cornuto.
Tutte le birre fanno "clok!" quando si stappano e tutte le ragazze ballano lo shake. Sempre. Sia che si pettinino, si lacchino, comprino moto o bevano succhi.
Nel frattempo, la signora Zarb non ne azzecca una in fatto di vestiario: si ritrova in short tra abiti lunghi ed  in lam quando le altre sono in prendisole.
Dice "trisim" al ragazzo dell'ascensore e scrive pacchi di cartoline alle amiche, con tanto di Italie sotto il nome della citt, come se una cartolina indirizzata a Maria Puleo, Via Garibaldi 12 Catania, potesse andare a finire a Stoccolma...
Il marito intanto guarda film pubblicitari e annota. Calze scarpe juventine, sborda camiciotti scozzesi da calzoni attillati, si pettina in continuazione, si gira a guardare minigonne che sembrano colletti, mangia "nisus" e suda. Ma non beve, perch non ha capito se gli "extra" sono compresi nell'invito.
I cortometraggi ammontano a 1274, gli spots a 751, i film dal vero a 4170, quelli animati a 3913 e i giudici a 7. Tanto che se dovessero tenere a mente solo quelli commentati in una lingua a loro familiare, gliene spetterebbe pi di mille a testa.
Dal tenore dei film si capiscono tre cose: 1) che gli industriali hanno scoperto che i giovani spendono centinaia di miliardi l'anno; 2) che bisogna vendere solo a loro; 3) che l'utente quarantenne fa schifo.
Cos: le benzine odorano di giovent, i saponi garantiscono pelli ventenni, i registratori sono follemente nuovi e gli scooters pazzamente gagliardi.
Tutti organizzano qualcosa per i congressisti. Ma poich le Case produttrici di film sono 26 e le cose da organizzare sono 4 (aperitivi, pranzi, cocktails e cene) si ha che: 4 cose per 6 giorni per 26 Case fa 624 cose di cui uno - per quanto congressista - pu accettarne solo 24.
La Svizzercine tenta il colpo ed offre una prima colazione, ma nessuno ci va.
Cos, al cocktail della Englandcine ci sono solo quelli della Englandcine, al pranzo della Germancinetiv ci sono anche i concorrenti ed all'aperitivo della Spanofilm ci sono solo turisti, gente del luogo e i coniugi Zarb.
Notata l'attricetta specializzata in bibite. Notato il produttore con una specie di Michelangelo che lui chiama "barca" ed il regista con una specie di Bardot che lui chiama "segretaria".
Meno notati: il geometra Zarb che pur di scrivere su carta intestata del Gran Hotel Martinez comunica cose urgentissime al suo collega d'ufficio e la signora Zarb che continua a moltiplicare i prezzi per 132, va a St. Tropez col pullman organizzato e compera foulard "made in Italy".
Tutto questo, mentre nel ridotto del "Palais du Cinema" si fanno i primi commenti:
"Divertente Tognazzi nel film dell'Arancella".
"Molto. Ma non  della Limonella?"
"Beh, non ricordo... Comunque, Tognazzi  bravo..."
"Hai visto che schifo il film della Superbenzina? Io preferisco mille volte quello delle Iperbenzina..."
"Di chi ?"
"Mio".
"I film inglesi sono stati molto applauditi..."
"Puoi mica fare la figura di non sapere l'inglese..."
Se c' un film buono, tutti - tranne il produttore - dicono che qualcosa di simile s' gi visto.
A dice che B  superato. B dice a A  superato. C dice che A e B sono superati.
Qualcuno reclama perch con la mezza luce non si pu dormire e molti sostengono che a Venezia il Festival  organizzato meglio. Ma sono gli stessi che a Venezia sostenevano che a Cannes il Festival era organizzato meglio.
Poi, come nelle comuni settimane, anche in quella di Cannes arriva il sabato e tutti si travestono da pinguini per la consegna dei premi. Premi che, essendo dodici le categorie, dodici le sottocategorie, dieci i gruppi, otto i settori e venti le classi, portano a: 16 premiati tre volte, 8 due volte, 4 una volta col resto di 2 premi che verranno assegnati al prossimo Festival.
Lo stesso Zarb pensa che gli spetti una coppa quale miglior spettatore e quando non gliela danno ci resta male.

* * *

Cannes-Milano, Htel Martinez - Via Paleocapa 12. La vita degli Zarb torna al suo grigiore quotidiano e ricominciano, col passato di verdura e la bistecchina al burro, le piccole, inevitabili, incomprensioni di tutti i giorni.
Infatti, se  perfettamente legittimo che all'affermazione: "C' la Maria" o "C' la guerra" o "C' un gufo" un marito chieda: "Dove?" non altrettanto legittimo appare che all'affermazione: "C' uno della Fiat" egli possa chiedere: "Dove?"
Eppure, quando Manetta Longo in Zarb disse al geometra Cosimo Zarb, intento a sistemare sull'album un espresso di San Marino, che c'era uno della Fiat, il geometra le chiese: "Dove?"
"A Co'... e tu credi che io abbia tempo da destinare ai quiz geografici? Se ti dico che c' uno della Fiat, che vuol dire? Che devi indovinare dov'?"
"E che ne so, io..."
"Senti Cosimo: quando ti dico che c' uno della Fiat" url Manetta "alludo al fatto che qualcuno della Fiat ti sta cercando al telefono!"
"E allora parla chiaro..." rintuzz il geometra.
"La Fiat, al telefono?" mormor poi, deponendo sul tavolo occhiali e pinzette. "Strano..."
Il geometra Cosimo Zarb viveva a Milano da nove anni e precisare che con quel nome e cognome proveniva dalla Sicilia, sarebbe come precisare la provenienza di un'auto targata FI.
Era stato suo zio, alto funzionario della filiale milanese del Banco di Trinacria a sistemarlo nella metropoli lombarda. "Caro zio" gli aveva scritto Cosimo, da Centuripe "sono disposto a fare la qualunque". Sottointendendo "cosa". E lo zio, per prendere tempo, gli aveva risposto che Milano pullulava di gente disposta a fare la qualunque e che intanto provvedesse a prendersi uno straccio di diploma.
Ma anche lo zio aveva sottinteso "straccio" perch la madre di Cosimo era sua sorella ed il funzionario del Banco di Trinacria, bench vivesse al Nord da oltre trent'anni, rispettava ancora quella grossa istituzione meridionale che  la sorella. Rispetto che - assieme al brodino di lattuga alla sera, alla settimana di ferie passate a Centuripe ed al passeggino domenicale in Galleria - costituiva l'ultimo contrappeso del suo bilancio di uomo che ha definitivamente tradito il Sud.
Cos, il nipote s'era diplomato geometra ed ora faceva "la qualunque" presso la Fulmine MIBA. Dove il Fulmine stava ad indicare la rapidit del servizio ed il MIBA il tragitto Milano-Bari delle merci affidate allo spedizioniere Luigi Cordusio che un giorno aveva avuto bisogno di un prestito del Banco di Trinacria e che oggi si ritrovava con un geometra in pi nell'organico. Non che Cosimo Zarb fosse un cattivo impiegato. Quanto, piuttosto, che la resistenza della calce aveva poco a che vedere coi trasporti e l'intonaco pochissimo col collettame...
Convinto poi che i proverbi fossero la Bibbia della vita, Cosimo, privo d'interesse nell'acquisto di buoi dei paesi suoi, aveva sposato una sicula che viveva a Milano ove un altro zio (funzionario, stavolta, delle tasse) aveva sistemato il padre di Marietta presso la ditta di un evasore di IGE.
Il matrimonio Marietta-Cosimo aveva pertanto dato origine ad un figlio, ad un trasloco da due locali pi servizi a tre locali pi servizi e ad una infinit di discussioni del tipo Fiat.
"Pronto?" fece Cosimo recatosi al telefono.
"Geometra Cosimo Zarb?"
"A sentirla".
"Qui  la Fiat. Centro Vendite Meccanografiche".
"Dica pure".
"Domani le consegneremo la sua 600".
"Scusi un istante", fece Cosimo e, rivolgendosi alla moglie, chiese: "Mari, abbiamo vinto una seicento coi punti dell'OMO?"
L'andirivieni verticale della mano racchiusa a pera di Manetta escluse ogni ipotesi di vincita.
"No, guardi che dev'esserci un errore" concluse il geometra tornando all'interlocutore telefonico. "Deve aver sbagliato numero".
"Scusi se insisto, geometra, ma la 600  proprio la sua. Pu venire a ritirarla domattina, in corso Macedonio Mellone al 2, dalle 10 alle 12. Buonasera". E riattacc.
"Un caso di omonimia", mormor Cosimo.
" grave?" chiese Manetta, scambiandola per una malattia.
Il marito finse di non avere sentito e ricominci a sistemare francobolli in religioso silenzio. Poi il telefono squill ancora. Marietta si alz, and all'apparecchio, disse che l'avrebbe chiamato subito e lo fece.
"Co' c' il dottor Gavazzoni della Pubblimass".
Cosimo si precipit.
"Dottor Gavazzoni, agli ordini".
"Lei il caff lo compra macinato o in grana?"
"Macinato" rispose, velocissimo, lo Zarb.
"D'inverno porta il cappello?"
"Sempre".
"Quanti settimanali legge?"
"Due".
"Grazie".
"Dovere".
E ritorn ai suoi francobolli senza pi accennare alla Fiat. Fu solo al momento di andarsene a letto che precis: "Io, comunque, in corso Macedonio Mellone al 2 domani ci vado lo stesso".
Ma fatic ad addormentarsi.
Pens dapprima che la moglie avesse spedito cartoline a Canzonissima o che egli stesso avesse partecipato a qualche concorso.
Pens anche ad un lascito, ripensando per che nessuno lascia una macchina nuova... Accarezz l'ipotesi dello scherzo e della trovata pubblicitaria. Ma dalla veglia al sonno Cosimo ci pass con in testa l'idea dell'omonimia.
Cos, l'indomani, sul tram che lo portava in corso Macedonio Mellone andava preparandosi alla delusione di un equivoco chiarito con mille scuse da parte di un cortese funzionario in grisaglia, dietro al tavolo in teck di un palazzo tutto di vetro.
Grisaglia, teck e vetro, in effetti, ci furono. Quello che mancarono furono invece le scuse. Che di equivoco non si trattava.
"Sono il geometra Zarb... Ieri pomeriggio mi hanno telefonato per la consegna di una 600, ma..."
"Geometra Cosimo Zarb?"
"A servirla".
"Di Giacomo?"
"A servirla".
"Nato a Centuripe il 4 novembre 1930?"
"A servirla".
"Bene. Ci risulta che  venuto il momento, per lei, di acquistare una 600. Anticipo lire 150.000, il resto in rate mensili di lire..."
"Le ho gi detto che lei si sta sbagliando" interruppe lo Zarb. "Io non ho intenzione di acquistare un'auto... Se mai, tra qualche anno. E poi... senza offesa... vorrei prendere una Simca 1000..."
"Badi che  lei che si sta sbagliando" fece, cortesissimo, l'uomo in grisaglia. "Lei non pu prendere nessuna Simca. A lei spetta una 600".
"In dono?" chiese il geometra, con un lampo di speranza negli occhi.
"A rate, come le ripeto. Anticipo 150.000, il resto in comodi effetti mensili".
"Ed io le ripeto che non ho alcuna intenzione di acquistare un'auto".
"Impossibile" esclam, leggermente irritato, il funzionario. "Permette che controlli la scheda del meccanografico?"
"Controlli pure" sospir lo Zarb, pregustando il momento delle scuse.
"Ecco, vede" fece l'altro "la situazione  chiara. Lei ha uno stipendio di 200.000 lire mensili... Vado errato?"
"No. Va giusto".
"Ed ha una moglie?"
"Perch, se ne possono avere un paio?" chiese lo Zarb, con fare ironico.
"Non scherzi. La scheda dice: moglie 1,0. Figli 1,0".
"Esatto: uno virgola zero".
"Abita in tre locali pi servizi, possiede frigorifero, lavatrice e TV. Esatto?"
"Ma dico: lei  uno delle tasse?"
"Senta, non cambi argomento! Di qui non si scappa: lei deve acquistare una 600".
"Ma questo lo dice lei!..."
"No: lo dice la statistica. Vuole firmare il contratto per favore, senza farmi perdere altro tempo?"
"Ma sa che lei  un bel tipo? Cosicch vorrebbe obbligarmi a comprare una 600 anche se io non la voglio..."
"Non  che voglio obbligarla:  che lei deve comprarla. Ed allora tanto vale che si decida. Non vorr guadagnare 200.000 lire al mese, avere moglie, figlio, frigo, lavatrice, TV, tre locali pi servizi e non avere un'auto?"
"La voglio s, la macchina. Ma  che voglio comperare - magari tra due anni - una Simca 1000".
"Non pu!" sentenzi il funzionario, alzando la voce.
"E perch non posso?"
"Perch - come le ho gi spiegato - lei  l'acquirente tipico delle seicento. Ha tenuto conto che la Simca consuma di pi, che paga pi di bollo e di garage?..."
"Io la terr fuori di notte".
"Faccia controllare" fece il funzionario, esaminando la scheda. "Esatto: lei la macchina la lascer fuori; resta comunque la differenza di consumo, di bollo, di assicurazione... E poi, mi dica un po', cosa ci metter nel bagagliaio della Simca?"
"E che diamine: le valigie..."
"Ecco il punto. Noi, per la quantit delle sue valigie, abbiamo previsto il baule della 600. In quella della Simca ci ballano..."
"Ma non quelle di mia moglie! Quando partiamo ne ha sempre un sacco..."
"Male. Ne avrete qualcuna in pi del necessario. Le valigie di un impiegato a 200.000 lire mensili, moglie, figlio, frigo -... e non mi faccia ripetere tutto da capo - sono quelle che stanno in una 600!"
Il geometra Cosimo Zarb cominciava a sudare freddo: non trovava pi argomentazioni valide. Accenn a talune caratteristiche della Simca che a lui piacevano ma l'altro, inflessibile, seguitava a dirgli che loro, la 600, l'avevano ideata e costruita per lui e che tanto valeva non insistere. Che si togliesse dal capo l'idea assurda di comperare una macchina che non gli spettava.
"Scusi" replic, pallido, lo Zarb "allora chi pu comperarla la Simca 1000?"
"Ma si rende conto" esclam il funzionario, rosso come un'anguria "che lei sta parlando con uno della Fiat? Non vorr mica che le dia delle informazioni sulla concorrenza...?"
"Non dico questo" bisbigli, mortificato, lo Zarb. " che vorrei sapere chi deve comperarla questa benedetta Simca..."
"Ah, se dice deve, allora le cose cambiano. Esatto: chi deve comperare la Simca 1000... Eccola accontentata". E cominci a sfogliare un prontuario. "Dunque... Alfa... Alfa... Citroen... Fiat... Fiat... Simca... Ecco: Simca 1000. Acquirente tipo: entrate mensili 360.000 lire, mogli 1,0 figli 2,0 quattro vani pi servizi... Le basta?"
"Noi abbiamo cucina e cucinino. Se la cucina conta per un vano, ne abbiamo quattro. Quadra?"
"E con lo stipendio come la mettiamo?"
"Aspetto un aumento...".
"Di 160.000 lire mensili?!" chiese l'altro, sogghignando.
"No... non proprio... Ma insomma, cosa mi succede se invece della 600 prendo la Simca?"
"Oh, nulla..." rispose con sterile sorriso il funzionario. "Che diventer un astatistico, uno spostato. Un fuorilegge economico. Stia attento, sa..."
"Ed io me ne infischio. Ecco cosa faccio: me-ne-in-fi-schi-o! Compro la Simca e vado di meno al cinema, riduco le ferie, limito il fumo, divento vegetariano, ma questa soddisfazione io me la tolgo..."
"Faccia come crede: noi l'abbiamo avvertita!"
"Posso andare?" chiese, leggermente imbarazzato, lo Zarb.
"S, s, vada pure. Ma ci pensi ancora: si prenda la sua brava 600. Dia retta a me".
Il geometra se ne torn a casa mortificato come un borsaiolo colto con le mani nel sacco e raccont alla moglie l'episodio dell'uomo dal tavolo di teck.
"E tu infischiatene veramente" concluse la moglie. "Cosa vuoi che ci succeda? Ci arresteranno mica? Per le spese in pi, ce la caveremo con le 50.000 lire al mese che ti d la Pubblimass. Non avrai detto a quello della Fiat che fai un lavoro extra?"
"Scherzerai..." fece Cosimo.
"Bene e allora prendiamola subito questa benedetta Simca, prima che tirino fuori altre storie".
"Hai ragione: lo far domani stesso".
E domani stesso lo fece.
Vers un acconto, firm molti effetti e poi via, a casa, in Simca, con la patente che aveva da quando aveva fatto l'autiere a Verona e tra un groviglio tale di macchine che gli fece rimpiangere il vecchio 18 sbarrato.
Passarono cos i primi quindici giorni. Giorni di rodaggio, di timore di non ritrovare l'auto sotto casa, di disco-orario in pelle e di concitate richieste sul conto di chi gli aveva dato la patente.
Poi, alle 21 e 10 del sedicesimo giorno, una telefonata.
"Pronto? Geometra Zarb?"
"Glielo chiamo subito" fece la signora. "Co', c' al telefono il dottor Gavazzoni della Pubblimass".
"Eccomi" rispose Cosimo. "Al suo servizio".
"Geometra, lei frequenta locali beats?"
"No".
"Preferisce il gelato al pistacchio o alla fragola?"
"Al pistacchio".
"A quanto va sull'autostrada?"
"A 80".
"Come mai?"
"Sono in rodaggio".
"E dopo?"
"Andr sui 130".
"Con una seicento?"
"No, no. Ho una Simca 1000".
"Una Simca 1000?" fece l'altro. "Va bene grazie".
"Prego".
A Cosimo sembr che l'altro fosse seccato.
E seccato dovette esserlo se, tre giorni dopo, s'ebbe una raccomandata della Pubblimass dal seguente tenore: "Egregio Geom. Cosimo Zarb. Via Paleocapa 12, Milano. Siamo spiacenti di doverle comunicare che il suo rapporto di collaborazione con la nostra societ cessa in data odierna. Ella, avendo acquistato un'autovettura Simca 1000, ha dimostrato di non possedere pi le caratteristiche del tipo standard al quale noi ci rivolgevamo per indagare sul comportamento di milioni di italiani ed impostare, di conseguenza, le nostre campagne pubblicitarie. Come lei facilmente pu comprendere, oggi come oggi, non ci  pi consentito di considerare tipico il suo comportamento, n tipici i suoi gusti, le sue esigenze e le aspirazioni. Viene quindi a cessare in pari data, il suo diritto al compenso di L. 50.000 mensili percepito per le informazioni standard da lei forniteci e nel ringraziarla per la cortese collaborazione prestataci, Le porgiamo distinti saluti. Firmato: Dott. Giuseppe Gavazzoni".


QUI VIVE NUNZIATA LO PUMO IN CLERICI CASALINGA,
MORTA DI NEBBIA IL 4 MAGGIO 1963
PER INCOMPRENSIONE CONIUGALE.

Poich quelli del Circolo Postelegrafonico s'erano detti disposti ad ospitare prove e spettacolo, il testo c'era e l'entusiasmo pure, il primo sabato di ottobre era andato in scena "Zona franca". Atto unico in due azioni di Luigi Clerici.
Un vero insuccesso.
"Pover cit" aveva commentato sua madre, venuta apposta da Torino col cappellino del matrimonio ed il pacchetto dei giandujott, "guarda mac l'on che la faile f...". Alludendo a Nunziata, sua nuora.
Pu darsi che Luigi Clerici sia, nella gloriosa storia del Piemonte, l'unico torinese ad aver sposato una di Trapani. Lei bruna belloccia e piccoletta, lui biondo bruttino e spilungone. Lei chiusa come un'anfora delle parti sue, lui aperto come una "e" cisalpina.
Chiesa, sorella e cognate, l'una. Circul del Teatr e Juventus, l'altro. Insomma: due stranieri capitati per caso sullo stesso wagon-lit per un viaggio che dura una vita.
Ora che era stato trasferito a Milano, si sentiva addirittura uno svedese impiegato al Consolato messicano di Beirut, Perch se a un torinese, nato per restare torinese, tolgono il "ciareia" il "caval 'd bruns" e la "Juventus", gli tolgono l'ossigeno.
Figurarsi poi a sentirsi chiamare Giggi, con due g, dalla moglie e culga dai colleghi!
Per la verit, Luigi Clerici sapeva di aver messo in scena qualcosa di un po' "matt", come diceva il procuratore Pinetti. Ma se quelle erano le sue idee e quello il suo stile, che colpa ne aveva lui?
La vicenda di "Zona Franca" si svolgeva in un'ipotetica Regione Sabauda il cui Senato Autonomo Regionale aveva emanato una legge che in tre soli articoli affrontava e risolveva l'annoso problema degli immigrati dal Sud.
Articolo primo: diceva la legge "Tutti i meridionali dovranno tornarsene al paese loro". Articolo secondo: "Per meridionale si intende chiunque sia nato al di l del Po". Articolo terzo: "Il Po va guardato dalla parte della Svizzera".
Cos, gendarmi alla porta, i sudisti della Regione Sabauda erano stati avviati verso il confine di Stato dove - e qui stava la trovata del Clerici - era stata istituita una Dogana Ideologica per impedire agli espulsi di portarsi via quel poco o tanto di Nord che avevano racimolato in lunghi anni di residenza cisalpina.
Il primo tempo si svolgeva, per appunto, al posto di Dogana Ideologica.
"Cognome e nome?"
"Pinnuto Salvatore".
"Loghi ad nascita?"
"Partinico".
"Prufessiun?"
"Tornitore specializzato".
"Ca' m fasa vude la specialisasiun... Mi faccia vedere la specializzazione".
"Eccola" diceva il Pinnuto, mostrando un certificato.
"Am dispias, ma deve lasciarla qui. L'ha idee di rivendicasioni sindacali?"
"Per carit: nessuna! Guardi pure..."
"E prugett di salari unificati europei?"
"Un paio. Sa... per i bambini..."
"As poi nen purtele... Non pu portaseli... Si accomodi al lavaggio".
Sul palco, in un angolo, era stato installato una specie di enteroclisma collegato ad un casco militare che l'ex cisalpino si metteva in testa per il lavaggio del cervello.
"Avanti un alter. Cognome e nome?"
"Lo Cuoco Rosa".
"Loghi ad nascita?"
"Avellino".
"Prufessiun?"
"Casalinga".
"L'ha idee di emancipasiun femminile?"
"Ma le pare..."
"Di uguagliansa coniugale?"
"Oh Dio... in via di principio..."
"As poi nen portare vie di principio... Si accomodi al lavaggio".
Un'altra era stata perquisita perch sospetta di avere con s teorie sul controllo delle nascite ed uno, arrestato per tentato contrabbando di convinzioni.
Sulla scena si avvicendavano uomini e donne, vecchi e giovani, alti funzionari ed operai adeguatamente abbigliati. Ma tutti, irrimediabilmente, impiegati di banca. Come l'autore, del resto, che in ufficio si occupava di Human Relations senza che superiori e interessato avessero mai indagato al riguardo.
"Lu ch'el scriv ben e ch'el g'ha tanti idei" gli aveva detto un giorno il vice direttore "ch'el se occupa de quela roba l...". Alludendo al fatto che gli altri dovevano occuparsi solo di numeri e cacciando dentro al "quela roba l" la redazione del giornaletto Noi Banca, le gite sociali, la festa della Befana ed i discorsi del Presidente che peraltro, nessuno e rispettivamente, leggeva, frequentava, apprezzava ed ascoltava.
Cos Gigi Clerici, straniero in casa, a Milano e in ufficio, aveva ripreso ad occuparsi di teatro partecipando alle prime, seguendo dibattiti, leggendo classici e moderni, scrivendo atti unici.
"Giggi, che fai?" gli chiedeva Nunziata.
"Scrivo".
"E perch vai sempre a capo?"
"Dialogo" rispondeva lui, verbizzando.
"Ah..." concludeva lei. E taceva.
Taceva perch era persuasa, per atavica convinzione, che al marito non si dovesse chiedere nulla del suo lavoro. Che l'uomo  un uomo e basta. E che se quest'uomo si alza la mattina alle otto, va in ufficio, rincasa all'ora giusta e al sabato accompagna la moglie al supermercato, quell'uomo  un ottimo marito.
Con grande amarezza di Gigi che invece avrebbe voluto parlarle della sua nostalgia per il "caval 'd bruns", della Juventus, di Noi Banca che nessuno leggeva e delle sue idee a proposito di una sorta di teatro-sociale da lui vagamente vagheggiato.
Amarezza aggravata dalla convinzione che n Nunziata n uno solo dei suoi colleghi milanesi l'avrebbero mai compreso, afflitti com'erano dal complesso dell'uomo-marito, l'una, e da quello del culga-collega, gli altri.
"Pover cit" gli ripeteva sua madre, come se stesse parlando ad un figlio che s' arruolato nella Legione Straniera "ma perch l'has spusala?". E Gigi, che non poteva risponderle: "Perch 'am pias", taceva.
In effetti, Nunziata a Gigi piaceva. Piaceva perch era giovane, fresca e perch sprizzava corpo da tutte le parti. Che fosse scarsa di interessi teatrali e sportivi, di passione per il "caval 'd bruns" e per le sorti di Noi Banca, lui lo sapeva benissimo anche prima di sposarsi. Ma l'aveva sottovalutato, convinto com'era che Nord e Sud convivono da pi di un secolo senza n capirsi n azzannarsi.
Cos il "pover cit", giorno su giorno, ora su ora, era andato lentamente chiudendosi come fiore di serra trapiantato sull'asfalto.
Di giorno, in ufficio, cincischiava e di sera, a casa, scriveva. Accanto ad una Nunziata che taceva e dentro una Milano che incombeva, senza che per altro si fosse mai chiesto se Nunziata, tacendo, pensasse o se Milano, incombendo, l'aiutasse a vivere.
Con grafia minuta ed ordinata che tradiva provenienza da citt anch'essa minuta ed ordinata, il Clerici riempiva blocchi su blocchi e quando non scriveva commedie, scriveva lettere pi accorate di quelle di Jacopo Ortis. Nunziata capiva che erano lettere perch Gigi non andava continuamente a capo, ma non sapeva che erano destinate a sua suocera.
Mamma gli rispondeva in ufficio e le lettere finivano nel cestino, assieme agli articoli di Noi Banca censurati dalla Direzione Generale.
"Ma disi, lu l' pagaa per scriv bambanad su la crisi del teater?"
E Luigi Clerici, che in effetti era pagato per le rubriche "Nastri-azzurro-rosa" e "Benvenuto ai nuovi venuti", non reagiva e si scusava.
Mandava lunghi radiodrammi alla RAI di Torino, come se quelli di Torino non dovessero poi mandarli a quelli di Roma e spediva istanze su istanze alla FIAT, come se a quelli della FIAT mancasse gente disposta a cincischiare negli uffici P.R. ed H.R.
Poi, improvvisamente, un mattino di maggio era entrato nella stanza del Vice Direttore e, rischiando il tutto per il tutto, aveva proposto a bruciapelo:
"Perch non mettiamo su uno spettacolo?"
"Che el saria?"
"Che sarebbe una commedia a fondo sociale".
"Per mi... ch'el faga lu..." aveva risposto il vice sul cui tavolo giacevano lunghi telex della Direzione che parlavano di "... cemento spirito socialit dipendenti".
Detto fatto, il Clerici s'era messo all'opera.
Una regia accuratissima per una commedia piena di simbolismi e scarsa di interpreti, concepita con acume e realizzata con barbe di lana di materasso, piena di idee per un pubblico senza.
Una commedia che voleva essere un ponte verso il Sud, scritta per spettatori che non avevano alcuna intenzione di attraversarlo: non i nordisti, che lo ritenevano inutile, n i sudisti, che lo ritenevano scomodo.
Un tentativo, insomma, di comunicare col mondo di sua moglie. Come se il lavoro iniziasse con un "Cara Nunziata, ti scrivo la presente commedia per farti sapere che..." e come se sua moglie fosse l'unica spettatrice.
Un modo forse un po' tortuoso di dire: "Sud, io ti capisco".
Cos, tra un interrogatorio e l'altro, uno sbadiglio e un colpo di gomito al vicino (Tel l el Cernuschi!) era calata la tela del primo tempo.
Durante l'intervallo si erano uditi molti "Mah??!" e qualche "Cosa el far in dell second temp?" mentre il Clerici, senza allontanarsi da dietro le quinte, cominciava ad aver chiara l'idea del crollo e poteva, da un buco naturale del tendone, intravedere accanto a Nunziata sua madre che fingeva di cercare ipotetici amici per guardare dalla parte opposta della nuora e, la fila dopo, il procuratore Pinetti che si agitava sulla sedia come se fosse seduto su puntine di disegno.
La scena del secondo tempo era la stessa, ma ora la Dogana Ideologica - ecco l'altra trovata del Clerici - era quella delle Regioni Unite del Sud che avevano piazzato una frontiera al di sopra di Roma per impedire l'ingresso agli ex conterranei.
I gendarmi, che avevano un R.U.S. sul cappellone, erano scorbutici quanto i colleghi della R.S.
E qui le cose, ammesso che nel primo tempo fossero state chiare, cominciavano a complicarsi maledettamente perch quelli del Sud, un po' per fronteggiare l'invasione dei meridionali del Nord, un po' per ripicca, avevano emanato la "Legge del Sol" che consisteva in un solo articolo e che diceva testualmente: "Chi ha il sol, se lo tenga".
Pi che di dogana si trattava di una vera e propria barriera ideologica per impedire che chi aveva tradito il cielo azzurro per la ricca nebbia, la pennichella per la produttivit, il balconcino per l'ascensore, la miseria per l'infarto, venisse ora ad infettare il Sud col microbo del progresso.
C'erano battute come "Va a ripus, terun", e "Turnatinni a Turinu!". Ma c'era anche molta confusione poich non si capiva bene dove finisse la finzione e dove cominciasse la realt, dal momento che, per questione di accento, erano stati scelti impiegati settentrionali e meridionali che ora recitavano con tanta foga da tramutare la commedia in dramma.
Per fortuna del Clerici e del pubblico, l'epilogo prevedeva una situazione di tutta tranquillit. Infatti gli ex sudisti del Nord, non potendo rientrare in patria, finivano per accamparsi in quella zona franca che stava tra le due frontiere, quasi a scontare la colpa di aver tradito il Sud. Insomma, dei "rinnegatori rinnegati", come diceva la battuta di chiusura.
Un lungo mormorio, qualche fischio, molti accenni alle 300 lire del biglietto e poi il lento sgomberarsi della sala.
"L'era giust ciamall unico!" aveva commentato il cassiere Rodolfi, alludendo all'atto.
"Ma disi..." gli aveva chiesto, il giorno dopo, il procuratore Pinetti "l' matt l a fare questo tipo di spettacol?"
Gigi Clerici aveva alzato le spalle, senza rispondere. Poi aveva sostenuto che era un lavoro d'avanguardia e che se non l'avevano capito, tanto peggio per loro.
Peggio per i nordisti, che avrebbero continuato a considerare supermercati e lavastoviglie unici simboli di felicit e peggio anche per i sudisti, che avrebbero seguitato a tradire bancarelle e bacinelle per correre dietro ai simboli dei nordisti.
A casa aveva decretato che Milano era la tomba dell'arte e che lui (ca custa l'on ca custa) se ne sarebbe tornato a Torino. Con sua madre che continuava a dargli ragione e Nunziata che taceva. Di un silenzio, per, carico di comprensione. Come se avesse voluto dirgli un'infinit di cose.
Aveva timidamente accennato alla Famiglia Sicula: che l la commedia l'avrebbero capita. Ma senza andare oltre perch sua suocera, al termine "sicula", era sbiancata come se le avessero trapassato il cuore con uno stiletto, aveva preso cappellino e panettone ed era ripartita per Torino.
Un evento che pareva dunque destinato a rimanere senza seguito se pochi giorni dopo, con la posta del mattino, al Clerici non avessero consegnato, in Banca, una busta azzurra proveniente da Torino.
"Caro signor Clerici" diceva la lettera "sono una sua ammiratrice. Pu darsi che sia anche l'unica, ma lo sono sinceramente. La sua commedia mi  piaciuta! Ero a Milano, in visita a uno zio che lavora nelle ferrovie ed ho assistito alla recita. Io non sono una meridionale, sono nata a Torino, figlia di torinesi, ma queste cose le capisco. Lei ha ragione. Loro non ne avranno colpa, ma hanno tradito il sole e debbono pagare... Il benessere ha un prezzo: lo paghino dunque vivendo in una specie di Limbo. In una zona franca che sta tra gli uni e gli altri. Tra quelli che non saranno mai pienamente con loro e quelli che non lo sono pi".
La lettera continuava per un paio di pagine, era ben scritta ed aveva un tono caldo e cordiale che al Clerici piacque.
Con Nunziata ovviamente non ne parl: sapeva che non l'avrebbe capito e che, soprattutto, non avrebbe compreso la sua voglia di rispondere a Paola Vignotti - cos si chiamava la ragazza - che aveva il pregio di capirlo e di essere torinese.
Il Clerici apparteneva infatti alla categoria di uomini che a casa mangiano in canottiera e fuori fanno il baciamano. Che discutono il completino della moglie e in ufficio esaltano quello - identico - della segretaria. Che dicono "Ormai, mi importa assai della linea..." e corrono a comprare il vogatore se una ventenne s' lasciato sfuggire un larvato apprezzamento su "quel po' di stomaco".
Cos, lettera dopo lettera, caddero dapprima i "signor" e i "signorina", poi il "lei" ed affiorarono i "cara Paola" ed i "caro Gigi" col desiderio - era fatale - di conoscersi per parlare dei loro problemi e del loro mondo.
Verso la terza o quarta lettera, Paola aveva accennato ad una incomprensione da parte del marito, torinese e scorbutico, che non aveva fiducia in lei, che la trattava come un accessorio bello ma inutile e che non le confidava nulla dei "suoi problemi", del "suo" mondo.
Una lettera dolcissima e pacata, come se quel marito per lei non esistesse. Come se si fosse tenuta in s, per anni, quella voglia di dire ed ora la scaricasse addosso ad un estraneo che per - diceva cos la lettera - estraneo non era.
L'accenno al marito aveva tramutato il "Cara Paola" in "Paola cara" e l'altro, quello al "bello" dell'accessorio, aveva acceso la fantasia del Clerici.
Anche lui - cos aveva scritto a Paola - non diceva a sua moglie dei suoi problemi e delle sue insoddisfazioni. Come farlo, se erano nati per non intendersi? Lei del Sud e lui del Nord, lei donna di casa e lui uomo di teatro, lei borghese e lui uomo d'avanguardia?
"Se avesse saputo incitarmi a scrivere come fai tu, Paola, o se avesse tentato di penetrare nel mio animo esortandomi a non tener conto dell'invidia e dell'incomprensione dei colleghi, a considerare Milano una citt viva e piacevole, a capire di pi il Sud..., come fai tu, Paola, forse le cose non sarebbero a questo punto".
Le aveva anche parlato di sua madre, il Clerici, accennando alla incompatibilit tra le due, alle loro gelosie. E Paola gli aveva risposto con una lunghissima lettera, dando torto, con garbo piemontese, alla madre di Gigi.
"Ho molto apprezzato la tua lettera" le aveva scritto lui "e credo che tu abbia ragione: mia madre  invadente e piena di pregiudizi. Penso che un giorno glielo far capire".
Intanto Nunziata seguitava a tacere, avvertendo per che Luigi si faceva sempre pi assente e pensieroso.
"Domani vado a Torino a trovare la mamma" disse, improvvisamente, un venerd sera a sua moglie.
"Vengo anch'io?" fece Nunziata.
"No, cara.  un viaggio scomodo... Vado in treno. E poi...sai com' la mamma... diventa noiosa..."
Part alle otto del mattino, and da sua madre, alle undici telefon a Nunziata e alle nove, subito dopo cena, si avvi a piedi verso via Garibaldi, angolo via S. Tommaso.
Il bar che le aveva descritto Paola c'era. Entr. Ma quella che non c'era era Paola. C'era Nunziata.
Luigi fece un passo indietro e sua moglie gli si fece incontro.
"Vieni" disse "sediamoci".
Se un palo pu sedersi, Gigi si sedette.
"Non mi hai scritto che dovevamo parlare dei nostri problemi?" fece Nunziata.
Luigi sbarr gli occhi come per dire: "Scritto, a te??"
"S, caro, a me. Paola Vignotti  una mia cugina che vive a Torino. Io le scrivevo le lettere e gliele spedivo perch lei le ricopiasse e le spedisse a te, in Banca... Avevo capito che cercavi uno sfogo fuori di casa. Con una tua concittadina, con una che sapesse capirti, insomma. Non  cos...? Io non ti servivo perch ero trapanese e moglie, donna di casa e nuora, vicina e remissiva. Ora, se tu vuoi, puoi schiaffeggiarmi, abbandonarmi e tornartene da tua madre; ma se decidessi di perdonarmi e di ricominciare tutto da capo, non chiedermi di tornare in zona franca..."
Gigi, sempre immobile come palo, taceva e guardava il pavimento.
"La tua commedia, prima, e le tue lettere a Paola Vignotti, poi, mi hanno insegnato molte cose. Ho capito che una donna del Sud non viene ascoltata solo perch tace, ma che se parla, la sentono. Che ribellarsi al passato  scomodo, ma serve e che, sposando te, avevo sposato il "caval 'd bruns", la Juventus, il Teatro-Sociale e tutte le altre nordaggini che avevi in testa..."
"Andiamocene a Milano" balbett il palo, sorridendo.
E i due, senza passare da casa Clerici, si avviarono verso la stazione.


QUI VIVE IL Dr. VINCENZO CANNATA
MORTO DI NEBBIA IL 16 DICEMBRE 1960
PER GELOSIA ACUTA.

L'italiano non crede nelle istruzioni per l'uso. Prima usa e poi legge.
Ma il Dr. Vincenzo Cannata non si limitava a non credere nelle istruzioni per l'uso: le boicottava.
Tanto  vero che ad Amburgo, durante un convegno dal nome che andava a capo tre volte, lui, Cannata Vincenzo, catanese, Capo Promotore Vendite della Frunchenkfraizen Italiana, era stato l'unico a spingere il bottone rosso, provocando lampi e scintille, con fumate che parevano quelle dello Stromboli.
E dire che il cartello sistemato sullo strumento misurava un metro quadrato, era redatto in sei lingue ed il rigo dedicato all'idioma italico risultava sufficientemente chiaro: "ATTENZIONE SE SPINGHERE IL BOTTONE ROSSO LA MACCHINA SCOPPIA".
La macchina, ovviamente, era un truccaccio tedesco atto a dimostrare che l'uomo medio non legge le istruzioni per l'uso. Mentre scintille e fumo erano, per fortuna, di quelli innocui da teatro.
Vincenzo, in effetti, quel vizio ce l'aveva: se comperava un macinacaff o una fonovaligia, la prima cosa che faceva era d'infilare la spina nella presa e di cominciare poi ad imprecare se qualcosa non girava o non s'apriva.
Sosteneva che nelle figure dei libretti d'istruzione, quando riconosci due dita non sai mai a quale mano appartengano e che, spesso, circolano tante di quelle mani da lasciar credere che per aprire uno sportellino ci vogliono almeno tre uomini.
 provato dunque che Vincenzo, quel cartello dell'ascensore "SOLO 4 PERSONE - MASSIMO 360 KG", non l'aveva mai letto. N, ad onor del vero, dovevano averlo letto: l'architetto Giose Verace che abitava all'8, la signora Marietta Zarb che stava al 4, il Dottor Alfonso Mannino del 5, n il cronista Marino Mul, pure lui del 5, se - tutti e quattro - alla richiesta di Gigliola Invernizzi, che non abitava nel palazzo ma che era fior di ventenne, esclamarono in coro: "Prego, prego. Ci sta anche lei!"
In effetti Gigliola Invernizzi ci stette, ma poi, di colpo, o 6 per 60 cess di fare 360 oppure quel "MASSIMO 360 KG" diceva la verit, perch l'ascensore part a stento e si arrest subito, tra il primo ed il secondo piano.
"Suoni l'allarme" balbett, pallida come una palla di neve, la signora Zarb che era stata l'unica a non esclamare: "Prego, prego. Ci sta anche lei" e che, pesando 120 chili, aveva fatto in modo che 7 per 60 facesse 420.
Il Mannino schiacci il bottone giallo e tutti attesero che succedesse qualcosa.
Ora, se  naturale che due persone che non si conoscono, in ascensore non sappiano cosa dirsi,  ancora pi naturale che sei persone che non si conoscono non sappiano tre volte cosa dirsi. Ma quando ci si trova bloccati tra due mura e si comincia a pensare a quel tubo di acquedotto dentro cui ci siamo ritrovati in molte notti d'incubo, le cose cambiano.
Perch allora entrano in gioco paura e contegno, istinto e controllo, autocritica e non.
Marietta Zarb, per esempio, disponendo di paura e di istinto, ma mancando di autocritica scand con voce ironica un polemico "Prego, prego. Ci sta anche lei..." e svenne.
Anche il Mul sbianc, ma lo fece con dignit: socchiudendo gli occhi, come se stesse pensando.
Alfonso Mannino, invece, tent di controllare la situazione con un: "Stendiamoci a terra per risparmiare ossigeno" che incontr scarso successo perch in una cabina, sei persone (di cui una doppia), possono stendersi solo se si dispongono a mo' di sardine.
L'architetto Verace, ritenendo di doversi dare un contegno, cerc di imbastire un discorso sulla sicurezza degli ascensori americani ma al "...pompe per l'immissione di aria esterna" tacque e se non precipit al suolo lo si deve unicamente ad una impossibilit materiale.
Onde Vincenzo Cannata e Gigliola Invernizzi, pur pressati e preoccupati, furono gli unici in grado di intendere il messaggio del portinaio che mezz'ora dopo, abbandonato il bar di fronte, si precipit al secondo piano da dove, urlando dentro le mani sistemate ad imbuto, comunic che avrebbe cercato di tirare su l'ascensore con l'argano.
Cos, lentissimamente, la cabina si affacci al secondo piano e da una fessura non pi alta di 50 centimetri cominciarono a venir fuori i corpi della signora Zarb, sospinta molto dall'Invernizzi e poco dal Cannata, dell'architetto Verace, tirato a forza dal portinaio, del Mul che per fortuna pesava 62 chili e del Mannino che era svenuto al punto da sembrare morto.
Fu al momento di cacciare fuori Gigliola cui il Cannata, con rinverdite forze, stava dando pi di una mano, che l'ascensore sobbalz e, di colpo, precipit in cantina.
La perizia parl poi di freno a mano mal azionato dal portinaio, ma intanto tutti parlarono di "povero signor Cannata" e di "povera signorina", perch il tonfo era stato orribile ed il salto notevole.
Gli astanti, pi numerosi che in una assemblea di condomini, presero a urlare e dalle poche frasi di senso compiuto affiorarono i termini di pompieri, fiamma ossidrica, croce rossa, sacerdote, ma alla fine la voce fioca di Vincenzo Cannata ristabil il dovuto equilibrio:
"Non  successo niente" precis. "Mi fa un po' male la spalla, ma non  successo niente".
"Chi parla?" chiese il portinaio, come se stesse al telefono.
"Sono io, il signor Cannata".
"Quando nell'ascensore ci sono sei persone, c' sempre il signor Cannata..." mormor il portinaio, come se il signor Cannata fosse sempre l, in attesa di altri cinque coinquilini, pronto a fare il sesto.
"E l'altra persona?" chiese un vigile. " ferita?"
"No" precis Vincenzo. "Anche la signorina sta bene".
"Quale signorina?" url improvvisamente la signora Cannata che sino allora si era limitata a piangere come una vedova.
"C' dentro una signorina che non abita nel palazzo..." precis l'architetto Verace che si era gi rimesso dallo choc.
"La colpa del disastro!!" tuon donna Manetta Zarb.
"Ma perch non li tiriamo fuori?" fece la moglie del Cannata.
"Non  semplice" chiar il sergente dei vigili. "Si sono rotte entrambe le corde: l'impianto  antidiluviano..."
"Prego..." puntualizz il tecnico dell'ascensore. "Si tratta di un caso atipico".
"Atipico o no" esclam la Cannata con violenza "mio marito c' rimasto e bisogna tirarlo fuori!"
"Ma certo. Non si disperi:  una cosa semplicissima. Domattina..."
"Domattina?" balbett la signora.
"Oggi  domenica e lo stabilimento  chiuso. Domattina porteremo un cavo nuovo e sar questione di pochi minuti".
"Ma lei si rende conto?..." fece la Cannata. E tacque.
Tacque perch un "Ma lei si rende conto che mio marito dovr passare la notte con una sconosciuta?" avrebbe provocato la frenetica ilarit di tutti i condomini e tradito la sua natura di donna del Sud che tenta da dodici anni di adeguarsi alla emancipazione delle donne del Nord.
Rosa Cannata, mescolati ai globuli rossi doveva avere quelli della gelosia. Una gelosia assoluta, ereditaria e progressiva. Sua nonna, pur non avendo alcun debole per l'arte, pare avesse costretto il marito, che non aveva peraltro alcun debole per la pittura, a diventare pittore per averselo a casa, sotto i propri occhi, 24 ore su 24. La madre di Rosa Cannata era nota in paese per i cento occhi che tirava fuori dalle parti pi impensate del corpo ogni qualvolta una donna entrava in un raggio di 200 metri dal marito, mentre lei, Rosa, per tentare una cura radicale aveva lasciato il paesello per la favolosa Milano dove - dicevano tutti - non esistono n gelosi n gelosia perch il clima  freddo e la gente ha altro da fare che star dietro a quelle "bambanate".
Bassa temperatura e super-attivit non dovevano per aver guarito Rosa se, ogniqualvolta Vincenzo rincasava cinque minuti pi tardi o, al cinema, gli capitava di sedere accanto ad una donna, la sua faccia diventava di un colore verde bandiera. Come se avesse ingoiato un cotogno intero.
Perch Rosa Cannata, quello che aveva dentro se lo teneva ben custodito, a costo di schiattare. Alla stregua di un napoletano che, vivendo in Inghilterra, si faccia scoppiare i fuochi d'artificio in casa. Ed ora, bench la circostanza che Vincenzino suo si accingesse a trascorrere la notte in compagnia di una giovane donna fosse un evento da giochi artificiali esterni, Rosa sapeva di doversi controllare perch capiva che c'era da salvare la faccia del Sud agli occhi delle coinquiline del Nord.
"Non creperanno di freddo?" chiese, ad un tratto, uno dei condomini.
"Forse bisognerebbe dar loro un paio di coperte..." fece il graduato dei pompieri.
"S" fu sul punto di esclamare Rosa "e diamogli anche due scendiletto e un paio di comodini..." Ma prefer fingere di sentirsi male.
"Povera signora..." comment la Mazzetti del terzo piano, che stava divertendosi un mondo. "Dev'essere l'emozione..."
I quattro superstiti, intanto, erano andati a casa, avevano preso un caff ed erano tornati sul luogo del disastro. Mentre gli altri inquilini - quegli stessi che centinaia di volte si erano incontrati in ascensore o nell'ingresso senza salutarsi e mostrando, anzi, di non conoscersi - ora parlavano animatamente tra di loro, commentando la situazione, rinfacciando ai condomini assent di non aver voluto cambiare l'ascensore e facendo una confusione d'inferno.
Molti provenivano dai palazzi viciniori ed erano i pi turbolenti. Erano quelli che davano pi consigli e meno aiuto.
Quando la moglie di Vincenzo si riprese, il portinaio stava introducendo un plaid di casa Cannata nel foro delle funi.
"No, proprio quello no!" url Rosa.
"E perch no?" chiese il portinaio.
"Perch ... sintetico... non riscalda" bisbigli lei.
"Be', ormai  andato. Piuttosto ce ne vorrebbe un altro per lei".
"Per me?" fece Rosa, sorpresa.
"Per la signorina. Avr freddo..."
"Non credo" sugger Rosa. "In fondo siamo gi in aprile..."
"Chiediamoglielo" fece il portinaio. "Signorina" url "sente freddo?
"E... s... un po'! Non sono molto vestita. Se debbo rimanere qui tutta la notte..."
"Ha sentito?" fece la Mazzetti, rivolgendosi alla Cannata. "Dice che  svestita..."
La Cannata, bench la voce della ragazza giungesse molto fievolmente, aveva sentito benissimo perch s'era sdraiata a terra nel tentativo di intraveder qualcosa attraverso il foro della fune. Ma fece finta di non aver capito.
"Ha detto che non ha bisogno di nulla".
"Al contrario: dice che se stanotte deve dormire l..."
"Dormire??" fece Rosa.
"Poveretta, non potr mica passare la notte in piedi.."
"Vincenzo, mi senti?" grid Rosa con le mani ad imbuto.
"S, Rosa, ti sento" rispose lui, con voce ovattata.
"Non riesci proprio a venire fuori di l?"
"Cosa dice", chiese Rosa al vigile che intanto aveva ostruito il foro calandosi sul tetto della cabina per passare al Cannata una bottiglia di acqua minerale.
"Dice che potrebbe passare attraverso il buco, un pezzo alla volta..."
"Fa pure lo spiritoso, fa..." biascic Rosa e sal in casa a prendere un tubo di plastica ed una pila.
Alle 23 e 30 la situazione presentava zero inquilini in pianta stabile; due o tre fluttuanti che continuavano a passare e spassare dal pianerottolo con mille scuse di collaborazione; zero vigili del fuoco; mezzo portinaio (nel senso che andava e veniva); un tubo di plastica in funzione di telefono; una sedia a sdraio accanto al vano dell'ascensore e una moglie di Cannata, sulla sdraio, con coperta sulle gambe.
Tremava, ma non dal freddo. Pensava alla dannazione del giorno che non avevano preso l'appartamento del primo piano e a quel fesso di Vincenzo che se fosse stato pi svelto nell'uscire... Ma poi, inevitabilmente, il pensiero tornava ad una cabina buia e a due elementi di sesso diverso in una cabina buia.
"Vincenzo, dormi?" chiedeva, via tubo con cadenza regolare.
"No, stiamo parlando" rispondeva l'altro. Ma Rosa doveva lavorare di fantasia perch la pressione dell'aria nel tubo modificava la risposta in: "Bo, sbiamo babbando".
"Hai bisogno di qualcosa?"
"No, grazie..."
"La signorina dorme?"
"No,  sveglia".
Un colloquio, questo, che certo avrebbe portato ad interessanti conclusioni se in quel momento non fosse intervenuta la signora Mazzetti, recatasi in ricognizione col pretesto di offrire un caff alla Cannata.
Pi tardi, anche l'architetto Verace e Concetta Zarb passarono da quelle parti con la scusa, l'uno, di andare a prendere le sigarette (come se i tabaccai alle due di notte fossero a disposizione degli architetti) e col pretesto, l'altra, della spilla smarrita.
"Scusi signora, vuol chiedere a suo marito se c' qualcosa che luccica sul fondo della cabina?" chiese la Zarb alla Cannata.
"E perch dovrebbe esserci?" fece, con malo garbo, l'altra.
"Perch ho perduto una spilla con dei brillantini. Dev'essermi caduta nel pigia-pigia".
"Lei c'era?" chiese Rosa.
"Certo che c'ero! Mi hanno tirato fuori a stento, prima che la cabina crollasse".
Rosa cap che avrebbe potuto ottenere utili informazioni sul conto della ragazza e divent gentile.
"Povera signora... Chiss che spavento..."
"La morte, signora mia! La morte ho rischiato per quella smorfiosa di ragazzina..."
"Si accomodi. Venga: le faccio posto" fece Rosa. "Ma intanto mi scusi, vedo se mio marito ha bisogno di qualcosa..."
"Si figuri se ha bisogno di qualcosa..." sentenzi la Zarb, occupando interamente la sdraio della Cannata.
"In che senso?" sibil Rosa.
"Nel senso che gli uomini sono tutti gli stessi. Anche mio marito, sa... Lu sarebbe capace di definirla la pi bella avventura della sua vita".
"E magari  uno sgorbio di donna..." tent Rosa.
"No, se  per questo  un fior di ragazza. Bella forza, avr vent'anni..."
Rosa Cannata sbianc.
"Perch non gli passa una pila?" fece la Zarb.
"Gliel'ho data, ma non riesco a vedere se la tiene accesa".
" gelosa lei?" fece poi, a tradimento, l'altra.
"Figurarsi..." balbett Rosa. "E lei?"
"Ah, io s. E me ne vanto!"
"Ma lei  milanese?"
"No".
"Ah... comprendo... No,... io non sono gelosa..." farfugli Rosa. "Solo che vegliare sul tetto di un marito che passa la notte con una donna... Lei mi capisce?..."
"Certo che la capisco. Senta, vogliamo picchiare sul tetto con un martello?" fece la Zarb con un ghigno. "Diremo che sono arrivati gli operai..."
"B... Se lei insiste... Vado a prendere un martello".
"Signor Cannata" url la Zarb attraverso il tubo "dorme?"
"Chi ?" fece l'altro.
"Sono la signora Zarb, la moglie del geometra. Come sta? Ha freddo?"
"No, siamo sotto le coperte..."
"Siamo?" mormor Manetta. "Oh Dio,  fatta".
"Signora Cannata, sono a letto!"
"Chi?" fece Rosa che era appena tornata col martello in mano.
"Suo marito e l'altra. Bisogna procedere".
Ma alle prime martellate comparvero gli inquilini dei piani 1, 2, 3 e 4 e le due, pi per rispetto della dignit che della quiete pubblica, dovettero desistere.
Poi, alle 3 e 15 la Zarb disse: "Io vado a letto. Se ha bisogno non faccia complimenti: mi chiami". Al che la Cannata disse di s, tent di comunicare col marito, il marito non rispose e quasi senza accorgersene si addorment sulla sdraio.
Erano le sette e mezza quando due uomini della Societ Ascensori destarono la Cannata con un indelicato: "Che fa la sentinella, dorme?" che Rosa ud perfettamente.
Gli uomini cominciarono a lavorare e molti degli inquilini che solevano recarsi al lavoro alle otto, quella mattina in ufficio parlarono di traffico bestiale, perch arrivarono alle nove non avendo voluto perdersi la scena dell'uscita dall'ascensore del Cannata e della ragazza.
Cos, alle 8 e 35, i presenti erano pi di trenta.
Per primo usc lui, salutato da un applauso. Come se si fosse trattato di uno speleologo illustre.
Poi venne fuori Gigliola Invernizzi, con gli occhi leggermente gonfi, l'abitino senza una piega e i capelli in ordine: bella e allegra come se invece che da un ascensore uscisse da un night.
Tutti le si precipitarono attorno, molti le sorrisero e moltissimi le chiesero se desiderasse un caff.
Gigliola disse di no, che a casa i suoi erano in pensiero. Poi si rivolse al Cannata e disse: "B... anche questa  passata.  stata un'esperienza che non dimenticher. Arrivederci".
Senza usare n lei, n tu. Senza dare alcun tono al termine "esperienza". Senza tradire stati d'animo.
Rosa Cannata non c'era perch s'era ritirata tre metri prima che l'ascensore arrivasse al piano e quando Vincenzo entr in casa gli disse solo: "Come stai?". Evitando la minima effusione.
"Bene" fece lui. "Ora sto bene".
Ma quell'ora and a depositarsi sul cotogno che Rosa aveva nello stomaco. Ora quando? Dopo di aver dormito con un'altra donna? Ora in che senso?
Verso le due, quando Vincenzo si dest da un lungo sonno ristoratore durante il quale Rosa ebbe l'impressione che le ragazza dell'ascensore aleggiasse come un sogno sul letto del coniuge, la Cannata affront il problema. Prima da lontano e poi a distanza pi ravvicinata.
" bello risentirsi in famiglia, vero?" fece Rosa, come se Vincenzo stesse tornando dal fronte.
"Ah, s... Bello... Molto bello..."
"Faceva freddo?"
"Dove?" chiese il Cannata che era palesemente sovrappensiero.
"Nella cabina, Vince'..."
"Ah, no... Avevo una coperta".
Rosa strinse i denti, mand gi un po' di saliva e disse:
"Com'era?"
"Scozzese..."
"Vince': la ragazza!"
"Ah... s... carina... Begli occhi..."
Vincenzo esprimeva pareri controllati perch sapeva che Rosa era solita addebitargli, tra i suoi difetti, quello dell'erbismo.
Eroismo, nel lessico di sua moglie,  vedere nella donna del vicino un prato pi verde del proprio. Il che significava - fuori di metafora - che l'uomo del Sud sposa la tonda ma guarda la magra; l'abbiglia da suora ma apprezza la minigonna, la vuole accollata ma rischia lo strabismo a forza di fissare le scollature altrui, la pretende modesta ma adora la brillante. Vuole che sfornelli, sfatichi e sfigli ma che abbia le mani delicate della Cicci, il fisico della Leila, il portamento della Dudy e la cultura di Grazia Maria. Che somigli insoma, all'X-1 delle donne, dove X sta per tutte le altre ed 1 per lei.
Un erbismo controllato, si intende. Manifestato a mezze frasi, per sinonimi, sul filo dell'ipocrisia. Tanto che termini come "chic", "simpatica" o semplicemente "carina", se addebitati alle erbe (peggio se alle erbette) dei vicini, potevano assumere valori lontanissimi da ogni significato letterale. Persino il tono della voce poteva - a detta di sua moglie - tradire l'erbismo pi incallito. Per cui anche un giudizio come " un tipo insignificante", se espresso con sottile tremito, poteva manifestare invidia per cosa non posseduta.
"Dev'essere noioso passare tutta una notte con una persona che non si conosce..." azzard Rosa.
"Eh, s... Molto noioso..."
"Haiete dormito?" fece Rosa, mutando, all'ultimo momento, l'hai in avete.
"Oh... Dio... Proprio dormito, non direi..."
"Avete parlato?"
"S, certo, abbiamo anche parlato..."
"Di che cosa?"
"Del mio lavoro... Del suo..."
"E che lavoro fa?" chiese Rosa, trattenendo il fiato in attesa che il coniuge pronunciasse il termine ballerina.
"L'intervistatrice".
"E cio?"
"Cio una che fa delle domande per conto di una Societ che si occupa dei fatti altrui".
"E cosa faceva nell'ascensore?"
"Pensa... era venuta ad intervistare uno del palazzo!"
"Uno del palazzo?"
"Esattamente. Uno che abita qui. Ed indovina chi?"
"Come faccio ad indovinare?" fece Rosa, con calma apparente.
"L'architetto Verace, quello dell'8. Stanno conducendo un'indagine sul tradizionale senso di fedelt degli uomini del Sud".
"... E perch doveva intervistare proprio il Verace?"
"Perch  di Nola e perch il suo nome  stato estratto a sorte dall'Albo degli Architetti".
"E avevano proprio bisogno di un architetto?"
"No. Anzi la signorina sostiene che, ai fin statistici, un laureato del Sud vale un altro. Pensa... questa s che  buffa..."
"Buffa cosa?" fece Rosa, cercando di sorridere, come se in quel discorso potesse esserci qualcosa di divertente.
"Dice che il questionario fedelt-sud, come lo chiamano loro, doveva assolutamente consegnarlo per stamattina alle nove e che, quindi, le crocette delle risposte le avrebbe messe a posto lei".
"A casaccio?" chiese Rosa, cercando di risorridere, stavolta, con l'espressione di una che ha un pezzo di allume in bocca.
"Non direi" precis Vincenzo. "Direi anzi con cognizione di causa. Non doveva fare delle domande ad un laureato ammogliato del Sud? Lei ci ha addirittura passato una notte... Ora lo sapr bene, no, come si comporta il campione?"
"Campione di che?" bisbigli Rosa, equivocando. "Si dice cos.  un termine tecnico per dire: l'uomo-tipo. Ovviamente, quello che conta  la maggioranza dei comportamenti..."
"Cos che" balbett la Cannata che avvertiva di stare ultimando la sua scorta di parole a senso compiuto "potrebbe anche venir fuori dall'inchiesta che l'uomo medio laureato e ammogliato del Sud  un tipo fedele...?"
"Ma certamente" esclam Vincenzo, infilandosi il soprabito ed avviandosi verso l'uscita. "Anzi, io personalmente sostengo che, in generale,  un tipo fedelissimo".
Il neurologo che tre mesi dopo visit Rosa Cannata, us un termine difficile. Ma l'infermiera spieg a Vincenzo che il dottore aveva voluto dire: "Idea fissa da incubo".

QUI VIVE IL CRONISTA MARINO MUL
MORTO DI NEBBIA IL 2 FEBBRAIO 1962
IN SEGUITO A VIDEOMANIA.

Marino Mul, cronista della RAI e Marina Lovisi in Mul, casalinga, non si parlavano gran che.
Avevano, rispettivamente, 43 e 35 anni. Una laurea in filologia ed un diploma di scuola media. Occhiali e non. Pochi capelli e folta chioma. Una sorella zitella ed un fratello giocatore di calcio in serie B.
Come dire, insomma, che in comune avevano - casualmente - un nome e due figli e - meno casualmente - un cognome.
"Io nel '61 parlavo!" aveva detto il Mul, una sera, volgendosi di scatto verso sua moglie. E poich il '61 coincideva con l'anno del loro matrimonio, la frase doveva avere un senso decisamente polemico.
"Anch'io parlavo..." aveva ribattuto lei.
"Se alludi al fatto che pronunciavi parole..."
"Certo. Non esprimevo concetti, come dici tu. Ma non ne esprimevo neppure quando mi incontrasti. Quando mi dicevi che ti piacevo appunto per questo e che eri stufo di ragazze secche ed occhialute che esprimevano concetti..."
Marino aveva taciuto perch quello era il primo concetto di Marina ed era esatto.
Quando l'aveva incontrata, nel '61, gli era subito apparsa allegra, controllatamente disinvolta, superficiale come brina e diversa dalle altre.
Diversa, perch Marino frequentava solo redattrici con stivali e maglione, esperte in musica elettronica, mentre a Marina piacevano vestitini gersy e film americani che vanno dal bisnonno Nordista, al pronipote in divisa di Marine. Diversa, perch preferiva passare la domenica in brughiera rincorrendo sassi smossi col piede, piuttosto che in abbaini di amici mal rasati.
Una ragazza che leggeva Grazia e Annabella perch quando Grazia e Annabella dicono che quest'anno si porta l'arancione intendono dire che quest'anno si porta l'arancione, mentre la rivista Artepides, tanto cara a Marino, quando diceva qualcosa di un libro o di un pittore non si capiva cosa diavolo volesse dire.
Un fidanzamento, dunque, con molti film e brughiere e con pochi abbaini.
Indi, fatalmente, il cartello: "Affitasi tre locali pi doppi servizi". Un Marino che precisa: "Si dice affittansi e non affitasi" ed un contratto. Con le prime dispute sull'arredamento, con lui che parla di 2000, lei di falso provenzale ed i primi compromessi a base di poltrone moderne squadrate come alpini accanto a tavolinetti rustici, lampade in perspex con sostegni di ottone stile liberty e litografie di Picasso in cornici rinascimentali.
Due figli a sesso alternato e poi, inevitabilmente, lui. Il terzo elemento del triangolo moderno: il video.
Come un amore improvviso e violento. Qualcosa di incontrollato ed irresistibile che si manifestava ogni sera, alla fine delle trasmissioni, attraverso lunghi, appassionati, sospiri e che poi si trasferiva nei suoi sogni formato 23 pollici.
Insomma, il classico colpo di tuttotiv. Dal: Signore e signori buongiorno, al: Signore e signori buona notte.
Dal sistema usato in Basilicata per disossare i capretti al non  mai troppo tardi. Dal pensiero di Pirandello a quello di Franchi ed Ingrassia.
Ed i primi, lunghissimi, silenzi. Con lui che comincia a studiare lo spagnolo, che passa all'inglese e poi al russo e con lei ferma allo sceneggiato. Con i "Tu che lo conosci, com' di persona Alberto Lupo?" ed i "Perch non glielo dici a quella l che la pianti di addobbarsi come una Madonna da processione..." quali uniche eccezioni al silenzio stagnante di una stanza in penombra che egli ora frequenta un paio di volte per sera, con la scusa di prendere l'accendino o un goccio di cognac.
Cos, in estate e d'autunno, al marted e alla domenica, nei bisestili e non, a Milano e a Forte dei Marmi, i colloqui diventano convenzionali e sintetici come telegrammi: "Luigina rosolia", "Marco abbisogna scarpe para", "Mamma stasera". E le risposte di Marino addirittura assurde, perch dire "Ricev" invece di "Ricevuto" non costituisce risparmio neppure da un punto di vista postale.
Marina ormai telepensava e teleparlava per immagini-ideogrammi mescolati sommariamente alle notizie essenziali della vita di tutti i giorni, avviandosi lentamente verso la pi completa nonespressione.
Le prime volte, quando Marina diceva al marito di fare il tigre, Marino, pensando ad un vezzo affettuoso, le si avvicinava mugolando sino a che lei, pregandolo di non distrarsi dalla guida e mostrandogli un distributore, non chiariva di aver alluso al pieno di benzina.
Non capiva perch sua moglie si sporgesse tanto pericolosamente per far gli esami finestra con un tovagliolo bagnato in mano e perch si dolesse, poi, di avere creduto sino allora che il suo bucato era bianco.
La sentiva spesso canticchiare, armata di un flacone, "Un, due tre... e la macchia pi non c'". Notava sovente sulle sue labbra il sorriso costruito di chi sta sorridendo a una telecamera e se, al sabato, si accingevano a partire per un week-end era facile che Marina lo mettesse in guardia contro "possibili perturbazioni sull'arco alpino".
Se le chiedeva l'ora, Marina rispondeva: "Sono le ore venti e due minuti primi" e se il discorso cadeva casualmente su di un cantante mostrava un'erudizione da biografo.
Tanto che la sofferenza del cronista non consisteva ora nel poco tempo che la moglie gli dedicava quanto nell'essergli diventata assolutamente incomprensibile.
"Mia moglie mi tradisce con un TV, ma il bello  che il Geloso  lui..." soleva dire agli amici, sorridendo amaramente. E amaramente aggiungendo: "Forse ha ragione Enzo Tortora quando sostiene che i nostri figli sono figli degli intervalli..."
Insomma, una vita a righe orizzontali che scorre lentamente su due canali. Un destino a manopola.
Tanto che il 12 settembre arriva il colpo. Improvvisamente. Come se dopo l'11 non fosse obbligatorio il 12: come se un mese, un anno o una vita potessero finire senza preavviso.
Ore 20 e 30: rientro a casa di Marino.
Telegiornale, frittatino, formaggio in cellophane e mela.
Saluto di lei con rapido movimento delle dita e sguardo su Moro che inaugura. Rapido ciao dei figli in attesa di Carosello e fulminea notizia di lui:
"C' una mora".
Silenzio.
"Marina: c' una mora".
"Dove?"
"In Europa".
"Ah..." e sguardo fisso su Fanfani che inaugura.
Il marito consuma frittatino e formaggio, considera che anche un veterinario, alla notizia: "C' una mora" avrebbe chiesto: "Una mora di cosa?" e attende.
Poi mela, intervallo e - rapidissimo - l'atteso: "Mora di che cosa?"
"Moria d'antenne" precisa Marino.
Vecchi monumenti di sconosciuti paesi sul video e successiva dichiarazione di lei: "Non comprendo".
"Potrei anche spiegartelo, ma devi fare una scelta tra me e Calimero" fa lui, alzando la voce.
I figli rimangono affidati a Calimero e Marina, controvoglia, si sposta in cucina.
" una notizia molto riservata.  arrivata oggi in RAI. Pare che ci sia una specie di mora d'antenne: non captano pi i segnali televisivi. Prima si indeboliscono e poi si afflosciano sui tetti..."
"Dove?" ripet, allarmatissima, Marina.
"In Olanda, Francia, Svizzera... Il fenomeno sta avanzando verso l'Italia".
"E allora?"
"E allora, addio segnale TV. Se non trovano un rimedio, addio trasmissioni. Un vero disastro..."
"Assurdo ed impossibile!" voci Marina. "Si tratta certamente di un disturbo passeggero. Non possono abolire la TV..."
"Temo di s. Il virus attacca anche le antenne trasmittenti. Presto sar la fine..."
"Non essere catastrofico. Vedrai che tutto si aggiuster. Ma ora scusami, c' l'ispettore".
"Dove?"
"Sul secondo. Della mora ne riparleremo poi".
E ne riparlarono infatti l'indomani, quando, verso le 17, Marina telefon a Marino, in RAI.
"Senti, il televisore non funziona. Puoi mandarmi qualcuno?"
"Cara, ne discuteremo stasera. Ora non posso spiegarti. Lascia la linea libera, per favore... Ciao".
Marina, sconvolta, dovette rinunciare, per la prima volta in sette anni, a sapere chi lo sapeva, alle ricette di Pina Bronde e alle rivendicazioni sindacali dei dipendenti del Lotto.
Alle 20 in punto Marino rincas.
" fatta" esclam. "Siamo in piena mora. Apri la radio: c' la notizia".
Marina, pallida, non era in grado di aprire un bel niente. Tocc dunque a Marino di alzarsi e di girare la manopola dell'apparecchio: "Comunicato straordinario del giornale radio. Uno strano fenomeno proveniente dal di l delle Alpi ha investito l'Italia. Le emittenti televisive non funzionano pi. I segnali non partono e nessun programma pu essere captato dagli apparecchi domestici. I tecnici di tutta Europa stanno esaminando il grave problema. Intanto, e sino a nuova comunicazione, tutte le trasmissioni TV sono sospese".
"Hai sentito?" fece Marino.
Marina aveva sentito ma non pot dimostrarlo. Anzi, se si pu svenire senza cadere a terra e senza perdere i sensi, Marina Mul era svenuta.
I suoi occhi guardavano diritto in avanti, pi fissi e sbarrati che se avesse assistito ad un efferato delitto. Dondolava la testa come se le si fosse allentato un ipotetico bullone sul collo ed emetteva lievi rantoli.
"Marina, mi senti? Mi ascolti?" fece il marito.
"Sicar, tiascol" balbett l'altra.
"Hai sentito?... Cose da pazzi!"
"Cosepz, cos?"
"Non scherzare...  grave sai".
"S, macs" fece Marina.
"Questa mora d'antenne. L'impossibilit di emettere e di ricevere segnali televisivi..."
"Ah..." esclam lei e tacque.
Nei tre giorni che seguirono si rifiut di lasciare il letto e di toccare cibo. Poi, come in trance, si alz, usc dalla camera, disse al marito: "Portalvia!", si abbatt su quella poltrona che aveva ospitato lunghe ore di muta felicit e li rimase, come paralizzata, rifiutando di pronunciare parola.
Due ore pi tardi, quando arriv il medico di famiglia ed il Mul gli raccont caoticamente come si erano svolti i fatti si ebbero ripetuti dondolii di testa e qui e l - cos parve a Marino - lievi sorrisi. "Un gravissimo choc da notizia" sentenzi il medico. "Una specie di paraparalisi mentale.  necessario il ricovero e ci vuole un consulto".
Cos, noti neurologi e psicologi meno noti si alternarono al letto di Marina per un responso che non tard a venire: "Riposo assoluto, vitto sano e, soprattutto, nessun accenno - mai e per alcuna ragione - alla televisione. Pu darsi che guarisca di colpo per un'altra forte emozione o che, per una altra forte emozione..."
"Muoia??" complet, angosciato, il marito.
Gli illustri non risposero e Marino cap.
A partire da quel giorno nessuno che non fosse stato avvertito del grave pericolo pot frequentare la stanza 727 della Clinica Sanitatis. I figli finirono in collegio, gli amici pi intimi vennero catechizzati a dovere, i giornali aboliti e sua madre rimproverata pi volte perch continuava ad asserire, ad intervalli regolari, che nella loro famiglia non c'era stato un sol caso di pazzia mentre una zia di Marino, nel Natale del '36, era uscita di casa con due candele accese nelle orecchie.
Ma il piano d'omert trov per fortuna un complice ideale nella stessa Marina che agiva e pensava come se la TV non fosse mai esistita.
Trascorreva le giornate a guardare fuori della finestra, immobile sulla sua poltrona a rotelle, seguendo le vicende di quattro impiegati che per otto ore al giorno spostavano carte da un tavolo all'altro per conto di un Ente Assicurativo ubicato nel palazzo di fronte alla clinica.
Un surrogato di TV senza audio che dava un senso al suo squilibrio e che rappresentava una fase di transizione lenta ma salutare.
Tanto che, fosse la settimana corta adottata dall'Ente Assicurativo, fossero i lunghi ponti e le molte ferie dei quattro, Marina, nei momenti liberi, cominci a guardarsi in giro ed a scoprire il mondo che la circondava. Ascoltava ora i discorsi degli amici in visita e pareva persino che intendesse parteciparvi. Verso il marito era affettuosa e con lo sguardo, spesso, cercava i figli.
Il giorno che Marino le port un libro, lei lo sfogli, dapprima con diffidenza, poi con curiosit ed interesse piantando a met il romanzo sceneggiato che stava imbastendo tra l'impiegato dai basettoni e la ragazza dello schedario clienti.
Il 26 maggio, chiese alla suora un blocco ed una biro, scrisse, in alto, Concetti di M.M. e continu a far scorrere veloce la biro sul foglio. Tanto che Marino, l'indomani, quando pos l'occhio su quegli appunti e not che sua moglie aveva sottolineato la parola concetti, ne intu lo spirito polemico e sorrise.
Ma la Mul mostr di non avvertire quel sorriso e seguit ad annotare pensieri e sensazioni per giorni e giorni, leggendo avidamente quanto marito, suore, madre ed amici le facevano avere.
Frattanto il cronista, visto che la Clinica Sanitatis chiudeva alle otto di sera, aveva ricominciato a frequentare le vecchie amicizie e a ripassare serate tristi e fumose in rustici abbaini zeppi di pittori intenti a redigere manifesti e di ragazzi in lotta con la societ ed il barbiere.
Aveva ripreso a vedere antiche redattrici con cui intrecciava lunghi silenzi che quelli dell'ambiente definivano relazioni. A fumare gauloises, a bere whisky, a indossare maglioni neri e a sostare in assordanti cantine beats.
Ma doveva angosciarlo ora un senso di vuoto pi profondo di quello che l'aveva spinto a studiare spagnolo, inglese e russo se, ripensando ai figli ed alla moglie, concludeva che avrebbe dato dieci anni di quella vita per un'ora di bisbiglio televisivo proveniente da una sala in penombra...
"Insomma", gli aveva chiesto una sera un amico "rivorresti una moglie che teletace?"
"Non lo so nemmeno io" aveva risposto Marino... "Marina un tempo parlava. Diceva cose fatue, ma parlava. Poi, a poco a poco, l'ho costretta a tacere. Passavo ogni suo discorso al setaccio della logica. Reagivo se non mi seguiva sull'astratto, pretendevo che usasse sintesi e deduzioni come le altre usano uncinetto e tegami, che discutesse solo di questioni di ordine generale. E lei un giorno, improvvisamente, ha infilato la testa in un video..."
Rimpiangeva, tutto sommato, il tempo in cui Marina viveva moltiplicando le calorie per le vitamine, vi aggiungeva il proprio peso diviso per un quarto dell'altezza e finiva per mangiare mezza carota al giorno.
Quando, oltre che dimagrire, smacchiava, conservava melanzane, si cospargeva la faccia di cetrioli, ricopriva barattoli col velluto, vestiva le scope, compilava test, spediva buoni e raccoglieva etichette.
O giocava a canasta, scriveva al grafologo o a "Donna Clemente, la confidente" e non rideva per evitare le rughe.
Rimpiangeva il periodo in cui Marina andava a letto coi paraocchi, si metteva la cera nelle orecchie e prendeva il sonnifero ma non dormiva perch preoccupata di stare sul fianco destro, di respirare profondamente, di distendere le gambe, di sollevare i piedi e di contare pecore.
Quando si svegliava alle 10, poggiava a terra prima il piede destro, afferrava il giornale, leggeva l'oroscopo e tornava a letto perch l'astrologo parlava di mattinata sgradevole.
Quando si alzava alle 12, si bloccava in bagno, si spalmava, si massaggiava, si deodorava, si dilatava, si pittava, si disidratava, si decorava, si spennava, correggeva, riduceva, adombrava, risaltava, schiariva, si inguaiava, si fasciava, si restringeva, usciva dal bagno, andava in cucina, apriva una Simmenthal, la rovesciava sul piatto, e andava ad aprirgli esclamando: "Che mattinata, caro!..."
Poi, improvvisamente, arriv la domenica mattina in cui la Mul tir fuori da un cassetto tanti piccoli fogli su cui aveva scritto delle domande e cominci a passarli, uno alla volta, al coniuge venuto a farle visita in Clinica.
Marino lesse il primo, il secondo, il terzo biglietto e trasal: parlavano di TV!
"Che cosa fa Modugno?" c'era scritto sul primo.
Marino fiss negli occhi la moglie e quindi, col braccio teso come fosse ingessato, scrisse: "Il funzionario di banca" attendendo una reazione.
Nulla.
"E la Mina?" diceva il secondo.
Presumendo che Marina avesse inteso chiedergli che cosa facesse, egli, sempre col braccio teso e con gli occhi sbarrati, scrisse: "Gestisce un bar".
"Che fa la gente, di sera?"
"Legge, va a teatro e al cinema, conversa, ascolta la radio, va ai concerti e scrive poesie".
"Che cosa fanno i ragazzi dalle 5 alle 7 di sera?"
"Studiano".
"Ne sono impazziti di bambini per la scomparsa di Carosello?".
"Nemmeno uno".
"Chi inaugura le Mostre?"
"Sempre i ministri. Ma ora non li vediamo..."
Marino seguit a rispondere, come in un gioco di societ, e continu ad attendere una reazione da parte di sua moglie. Ma la reazione non arriv.
"Vorrei andare a teatro" scrisse improvvisamente, un venerd pomeriggio, su di un foglietto.
"Certo cara. Andremo" rispose Marino. Ma ment perch aveva ancora in testa il giochetto delle domande e temeva che un contatto con estranei avrebbe potuto far scivolare il discorso sulla televisione.
Cos, la decisione di dimetterla dalla clinica veniva rimandata di settimana in settimana e forse ci sarebbe rimasta a vita se Marina non avesse avuto una cugina che abitava a Lugano.
Linda Vergotti viveva in Svizzera da vent'anni e con la scusa di parlare tre lingue e di non scriverne neppure una, telefonava solo a Natale e taceva sino al prossimo.
Era stata la firma di un documento notarile a spingerla a Milano. Un paio di scarpe maledettamente strette a dirigerla verso la casa di sua cugina Marina ed una portinaia ad indirizzarla in clinica.
Linda prese un taxi, si fece portare alla Sanitatis, sal al secondo piano, buss al numero 727, chiese permesso e poich nessuno rispose entr.
Fu quando intravide Marina sulla poltrona a rotelle che fece quel tal passo indietro, passato poi alla storia come il passo del vaso da notte.
"Marina... Stai male? Che cosa t' successo? Sai che non ne sapevo nulla...?"
"Niente di grave" scrisse Marina su di un foglio. "Un blocco mentale: non riesco a parlare. Ma capisco bene".
"Oh, cara, cara... Quanto mi dispiace... Ma com' successo? No... Non ti affaticare... Mi far raccontare tutto da Marino. Chiss come sar addolorato... Ma santo cielo, non poteva avvertirmi? E pensare che quando c' stata l'ultima rapina a Milano, un paio di mesi addietro, stavo per telefonarti. Ho visto alla televisione delle cose terribili...".
Marina dilat gli occhi, fece forza sulle braccia, si lev in piedi ed url: "Come hai detto?"
"Ma tu parli?!... Allora era uno scherzo?... Uno stupido scherzo".
"D-o-v-e h-a-i v-i-s-t-o l-e c-o-s-e t-e-r-r-i-b-i-l-i d-e-l-l-a r-a-p-i-n-a?" scand Marina, dimenandosi come un radar.
"Alla televisione..."
"Svizzera?"
"Dal momento che vivo a Lugano..."
"Ma non c' stata una mora?"
"Mora di cosa?" chiese Linda.
"D'antenne... Le antenne che si afflosciavano, i segnali che non partivano pi, i programmi sospesi..."
"Non ti capisco, cara. I programmi sospesi? Ma da quando? Io vedo la TV tutte le sere..."
Marina alz gli occhi al cielo e scoppi a piangere.
Linda, vivamente impressionata, le si fece accanto ma l'altra seguitava a singhiozzare con la violenza di un torrente in piena.
"Aspetta: bevi qualcosa" fece Linda e non riuscendo a scovare un bicchiere usc a cercarne uno.
"Telefono a Marino" pens. E dal corridoio stesso chiam Marino alla RAI.
"Sono Linda. Vieni subito. Marina sta male".
"Sei a Milano?"
"S, in clinica".
"Avete parlato di televisione??"
"S. Le ho detto che..."
"Ma non ti hanno detto nulla all'ingresso?"
"No, nulla. Non c'era nessuno. Quando sono arrivata taceva, poi d'un tratto, si  messa a gridare e a piangere..."
"A gridare? Hai detto a gridare? Ma allora  in grado di parlare?".
"Eh... s. Io credo che uno che  in grado di gridare, se abbassa la voce, possa anche parlare..." rispose la cugina, dando alle parole il tono che si d parlando con un cretino.
"Senti Linda, prendi una scusa qualsiasi e scendi in sala d'attesa. Arrivo subito".
Ma non fu necessario prendere alcuna scusa perch Marina continuava a singhiozzare con la testa tra le braccia e con le braccia sul letto.
" terribile" fece Marino, arrivando trafelato. "Tu non potevi saperlo, ma hai provocato in lei uno choc violento. Marina credeva che la televisione non esistesse pi. Che ci fosse stata una mora d'antenne.  stata una mia stupida idea: ero stufo di sentirmi un vedovo sociale!"
"Ed allora?" chiese Linda, senza comprendere.
"E allora ho avuto l'idea di togliere una valvola dal televisore e di far registrare ad un collega un comunicato su di un nastro che poi ho collegato all'altoparlante della radio per far s che Marina credesse alla notizia della mora d'antenne. Ma ti spiegher meglio un'altra volta. Ora lasciami scappare da lei: avr bisogno di me. Ciao Linda e scrivi. Perdon... telefona".
Marino si precipit alla stanza 727 e vi trov una moglie in poltrona, serena come una statuina di zucchero.
"Marina, come stai?" esclam, ancora sulla soglia.
Marina fece di s col capo, come per dire che stava bene.
"C' stata tua cugina Linda? L'ho incontrata gi".
L'altra assent.
"Di che cosa avete parlato?"
Marina disegn su di un foglio un pi ed un meno e lui, dopo di aver passeggiato nervosamente per la stanza, fumato due gauloises e salutata la moglie, se ne usc.
Passarono cos altri due mesi durante i quali Marina e Marino, entrambi per ragioni tecniche, continuarono a tacere.
Poi, una notte, all'uscita da un abbaino pi triste e pi buio dei precedenti, il cronista entr in un bar e fece il numero della clinica.
"Sono il dottor Mul. Mi dia la stanza 727, per favore".
"Dottor Mul? Ma..." fece una voce di suora assonnata.
"Non si preoccupi: me la passi".
"Pronto? Marina? Sai che faccio? Ti chiedo scusa! Mi perdoni?"
Silenzio. Poi, un suono di campanello ed un'attesa.
"Dottor Mul? Sono l'infermiera di notte. La signora ha scritto un biglietto per lei. Glielo leggo?"
"S, grazie, me lo legga".
"Certo caro: ti perdono. Ma con te parler soltanto quando avr concetti da esprimere. Prima voglio studiare, laurearmi in lettere e filosofia, diventare colta, magra e redattrice. Ciao".

QUI VIVE PIPPO MACALUSO DOTTORE IN CHIMICA,
MORTO DI NEBBIA IL 7 OTTOBRE 1965
PER TENTATA ROTTURA DI ROUTINE.

Caro Piero,
prima sto sei mesi senza scriverti, poi, di colpo, ti scrivo e ti chiedo un grosso favore... Scusami.
Ecco di che cosa si tratta: sono stufo di alzarmi la mattina alle sette, di lavarmi faccia e denti, sbarbarmi, sorbire un caff, infilarmi in macchina, infilare la macchina nella nebbia e recarmi a Gallarate!
Lo so, tu potresti consigliarmi di andare a letto pi presto, non lavarmi, farmi crescere la barba, bere the ed andare a Gallarate in treno... Ma il punto non  questo. Lasciami finire.
Vedi? Io sono stufo anche del ritorno, della faccia del casellante dell'autostrada, di quella del portinaio che mi saluta, di Giovanna che mi dice: "Ciao, com' andata?", dei miei figli che mi assillano con le loro "ricerche", di mio suocero che viene a cena per parlarmi delle ville del Palladio, del giornalaio che mi ricorda le dispense che mi mancano, del barista che dice "Lungo, al dottore...", delle code dei week-end, della pensione Stella di Viareggio e dei film americani dai titoli lunghissimi...
Insomma, sono stufo della vita che conduco.
Mi capisci, Piero? Ecco perch ho pensato a te. Al Kenya.
Io vorrei trasferirmi in Africa, ma... senza venirci.
Non ti arrabbiare, Piero. Ora mi spiego".

Ed infatti, per quanto la cosa fosse complessa, Pippo Macaluso s'era spiegato.
Il dottore in chimica Pippo Macaluso, ex palermitano, lavorava per la Biocosmik, una Societ internazionale per la quale lavorava anche Piero Giarratana, suo amico d'infanzia. Con la differenza per che il Macaluso lavorava a Gallarate e il Giarratana a Nairobi.
E con la differenza che quello del Kenya non era stufo della vita.
Cos era nata e maturata in Pippo l'idea di cambiar vita, abitudini, luoghi ed amicizie. Un progetto stravagante ma non assurdo, bislacco ma realizzabile: dire a moglie, figli e suocero di essere stato trasferito presso la Biocosmik del Kenya e restarsene invece a Gallarate. Lontano da Milano, dalla famiglia, dalla routine quotidiana, dai parenti di sua moglie, dal giornalaio e dal barista, dal casellante e dal portinaio.
Un'invasione insomma, se al termine si pu dare il significato contrario a quello di evasione. Dal grande al piccolo, dalla citt al paese, dal tutto-potenziale al poco-sicuro: dai 102 cinema dove non riesci ad andare perch sono carissimi o superaffollati o senza posteggio, ai 3 locali belli e comodi e con film di prima visione; dai molti amici che non riesci mai a vedere ai pochi da frequentare tutte le sere; dai mille negozi situati nei punti opposti della citt ai sei o sette, chic, ben forniti e sistemati tutti sulla via principale; dai cocktails anonimi alle feste in famiglia; dai duemila bar al caff di sotto casa.
E Piero avrebbe dovuto dargli una mano. Una cosa semplicissima: rispedire in Italia a Giovanna Macaluso, sua moglie, le lettere scritte da Pippo e poi spedite a Nairobi. Con un assegno mensile, s'intende.
Piero gli rispose che non lo capiva ma che accettava.
Cos il chimico, dopo di aver comunicato a Giovanna che, forse, l'avrebbero trasferito nel Kenya, cominci ad assaporare giorno per giorno la sua invasione.
Scegliersi una casetta a Gallarate, coltivare le dalie, montare modellini di vecchi treni, conoscere gente nuova, leggere Linus, girare in maglione e togliersi dal dito la vera matrimoniale.
Non per imbastire flirts, si intende. Ma per risentirsi totalmente libero, scapolo, autonomo e incosciente.
Aveva 41 anni ed era sposato da 8, guadagnava 350.000 lire al mese e ne spendeva 350.000, era felice e insoddisfatto, tranquillo ed annoiato.
"Quando dovresti partire?" gli chiese Giovanna.
"Tra un paio di mesi..."
"Quanto tempo resterai laggi?"
"Non so... Due o tre anni".
Sei mesi dopo, Pippo comunic a Giovanna che il trasferimento era arrivato, prepar valigioni con caschi, bermude, cornici d'argento con foto di moglie e figli, cineprese, pillole antimalariche e part per Roma. A Roma riprese il treno per Milano, attese la coincidenza e scese a Gallarate.
Giovanna, rientrando a casa dalla stazione, mise i figli a letto, telefon a sua sorella Adriana che abitava al piano di sopra e quando and ad aprirle esclam: "Adriana, ho sposato un stupit!"
"Pippo?"
"Esatto: Pippo".
"E perch  un stupit?"
"Perch uno che lascia Milano per Gallarate  uno stupido".
"Ma non  partito per il Kenya?" fece Adriana.
"S... Tel ki el Kenya!" esclam Giovanna e le mostr una lettera di Piero, l'amico di suo marito.
"Cara Giovanna,
per quanto possa sembrarti incredibile, tuo marito  un po' matto.
 stufo della vita che conduce, del suo tran-tran.
Dice che vuol vivere due o tre anni da solo: per "fare il punto della situazione". Cos dice.
Ma la cosa pi strana  che vuol farti credere di partire per il Kenya e restarsene, invece, a... Gallarate. Io dovrei spedirti le lettere e gli assegni che lui mi mander.
Vuole risentirsi libero.
Ma non ce l'ha con te, n coi tuoi figli. Ce l'ha col prossimo. Col casellante dell'autostrada, col barista e il giornalaio...
Io credo che meriti una lezione: lascialo libero e solo. Quando torner, torner guarito.
Che ne dici? Scrivimi e dimmi come debbo comportarmi.
Tuo, affezionatissimo: Piero".

"Ma cosa gli hanno fatto il casellante e il barista?" fece Adriana, per tutto commento.
"Non essere sciocca. Casellante e barista sono dei simboli. Tutto, per Piero,  un simbolo. Allacciarsi le le scarpe e chiudere la porta, augurare Buon Natale e comprare il Corriere d'Informazione sono simboli. Simboli di monotonia".
"E tu, cosa hai risposto a Piero?"
"Che ero d'accordo per il trasferimento in Kenya".
"Cos, lui  partito... per Gallarate".
"Esatto. E per andare a Gallarate  dovuto passare da Roma. Per non farsi accompagnare all'aeroporto mi ha detto che gli aerei per il Kenya partono solo da Fiumicino..."
"Oh, questa s che l' bela..." comment Adriana, con una e di "bela" che dur alcuni secondi.
A suo padre, Giovanna non disse nulla e quando arriv il telegramma di Pippo (in Piero): "Tutto bene. Viaggio ottimo. Baci Pippo", l'architetto Madiani sentenzi: "Beato lui! Hai sposato un uomo in gamba, Giovanna. Questo traning all'estero giover alla sua carriera..."
Giovanna non aggiunse "... di spostato" e tutto fin l.
Intanto Pippo Macaluso aveva preso possesso di quello che la Direzione della Biocosmik chiamava "cottage" e che era in realt un buco prefabbricato, con due stanzette e servizi.
Non dovette spiegare niente a nessuno perch l'80% dei colleghi erano americani ed il 20 milanesi: gente, cio, che non si occupa dei fatti altrui. Per i gallaratesi era "uno della Biocosmik" e basta. Per la figlia del ristoratore, per la padrona della lavanderia e per la cassiera del Supermarket era invece "un uomo distinto e di bell'aspetto" che non si capiva come mai non fosse sposato.
Piantava dalie, montava trenini, leggeva Linus e spediva lettere a Giovanna, via Piero.
Si autodefiniva un uomo felice.
Felice di non conoscere nessuno, di non avere amici, di non dover decidere quale film vedere, di non partecipare a funerali e matrimoni e di non dover parlare del tempo con la signora del 4, in attesa dell'ascensore.
Dovette per farsi una cultura in fatto di Africa. E farsi fotografare in bermude e casco accanto al cancelletto del "cottage" per poter imbastire lettere credibili ed inviare foto-ricordo.
"Col casco a Gallarate?" chiese Adriana, quando sua sorella le mostr la foto.
"Adriana: Pippo  in Kenya! O l'hai dimenticato? Mi scrive che ha nostalgia di me e dei bambini e che... peccato ci sia di mezzo tanto mare..."
"E tu, ne hai nostalgia?"
"Quanto lui... Uno di questi giorni mi metto un foulard, un paio di occhiali neri e vado a vedere come s' sistemato l'esploratore!"
Ma quel giorno Giovanna, rannicchiata nella 500 di Adriana ferma davanti l'uscita della Biocosmik, non pot vedere Pippo perch Pippo, venuto a Milano per un affare della Societ, se ne stava rannicchiato, con cappello e occhiali neri, in una Giulia ferma davanti al portone di casa sua.
"Non ho visto Giovanna" scrisse, due giorni dopo, a Piero. "Forse era uscita coi bambini. Credo per di aver rischiato troppo: non lo far pi, anche se non ti nego che mi piacerebbe sapere cosa fa, come passa le sue giornate, se  triste o se si diverte..."
Quel "o se si diverte" a Giovanna, cui Piero aveva rispedito la lettera, suon chiaro.
Pippo Macaluso, a differenza dei suoi corregionali che sono gelosi e lo dicono, era geloso ma diceva di non esserlo. "Io di Giovanna mi fido" era solito ripetere agli amici palermitani con i quali di tanto in tanto, trascorreva qualche serata. E non mentiva perch, in verit, di chi non si fidava era degli altri. Di quei tre o quattro amici esuberanti, pieni di entusiasmo per tutto e per tutti, allegri ed ottimisti, cui andava palesemente la simpatia di Giovanna come reazione, forse, al pessimismo del marito ed al suo scarso interesse per il prossimo.
Tanto che se sul progetto-Kenya aleggiava una nuvola, quella nuvola si chiamava gelosia.
Che, di altre nubi, Pippo non ne intravedeva.
Come poteva, per esempio, immaginare che Giovanna stesse organizzandogli la tempesta della telefonata?
"Per Natale ti telefono" aveva scritto Giovanna a Pippo e Pippo s'era sentito male.
Poi, pensa e ripensa, era arrivata l'idea del nastro registrato e spedito via aerea a Piero. Abilmente registrato, si intende. Con pause ben dosate e con un sacco di rumori in sottofondo, come se la comunicazione fosse disturbata.
"Voglio proprio vedere come se la caver" aveva detto Giovanna a sua sorella e poich Piero non aveva fatto in tempo a comunicarle che Pippo gli aveva spedito il nastro, la sua sorpresa era stata enorme ed il colloquio pazzesco.
"Pronto? Pippo? Sono Giovanna. Come stai?"
"Pronto? Giovanna, mi senti... La comunicazione  disturbata. Come stai? Come stanno i bambini?"
Ma dal momento che Giovanna aveva risposto con un laconico "bene", era seguito un lungo silenzio che Pippo aveva invece destinato ai molti dettagli della moglie.
"Aspetta, ti passo pap..." fece poi Giovanna.
"Passami Andrea. Andrea, come stai? Fai arrabbiare la mamma?"
"Pippo, sono io: pap" fece l'architetto Madiani.
"E a scuola, come vai?"
"A scuola? Pronto? Ma di quale scuola parli?"
"E la tua sorellina?"
"Chi? Eugenia?  sempre all'ospizio, poveretta..."
"Passamela, Ciao Cec... Come stai? Mangi la pappa?"
"Non ci capisco un tubo... Aspetta: ti ripasso tua moglie"
"Pippo, sono io... Giovanna..."
"Fai ancora la pipi addosso?" fece la voce dell'altro.
"Ma Pippo..."
"B, passami la mamma. Ciao Giovanna, Buon Natale, tanti baci a tutti..."
"Pippo, come passi il Natale?"
Silenzio. E poi un "Have you finish?" pronunciato da voce femminile che il Macaluso aveva inciso in ufficio.
Giovanna seppe del nastro solo sei giorni dopo e prepar per Pippo la "bomba-amico".
"Ti ricordi del Di Gennaro, quello che abbiamo conosciuto a Viareggio?" gli scrisse qualche tempo dopo Giovanna. "Mi ha detto che deve venire a Nairobi per lavoro. Gli ho dato il tuo indirizzo: dice che viene a trovarti".
In telex Kenya-Gallarate-Milano-Gallarate-Kenya, Pippo spese pi di 50.000 lire in quanto ai "Precisami data arrivo perch forse debbo allontanarmi. Baci Pippo" seguirono i "Partenza Di Gennaro non est ancora fissata. Baci Giovanna" ed i "Probabile mio viaggio America. Baci Pippo" con i "Fa niente, forse Di Gennaro rimanda. Baci Giovanna".
Il "Mandami una foto con Piero", aggiunto come P.S. in una lettera di Giovanna, provoc invece un costosissimo fotomontaggio. Ed il "Perch qualche volta non mi telefoni tu?" una tragedia in quanto il nastro che Pippo - per errore - aveva spedito a Piero conteneva la registrazione delle canzoni di Sanremo e il suocero, trovandosi solo a casa e rispondendo al telefono, rifer poi a Giovanna che nell'apparecchio doveva esserci un contatto con la filodiffusione.
Giovanna, di tanto in tanto, scriveva di serate divertenti passate con amici, di gite in motoscafo e di feste mascherate che facevano fremere Pippo e gli suggerivano viaggi a Milano con occhiali neri e cappello calcato in testa.
Oppure gli parlava di concorsi abbinati alle vendite di formaggini con premi di 7 giorni dove volete voi e di speranza di vincita che bloccavano la circolazione sanguigna di Pippo.
Nel frattempo, Pippo a Gallarate andava lentamente ma fatalmente inserendosi in una realt diversa rispetto a quella milanese, ma altrettanto statica. Si alzava alle 8 e 15, il caff lo beveva al bar, il barista non diceva "lungo al dottore...", non si infilava in macchina, non effettuava ricerche per conto dei figli e non doveva condividere con altri la responsabilit del film da vedere. Ma di simboli vedeva germogliarne lo stesso ed i giorni gli sembravano ora trascritti su fogli alternati da altrettanti fogli di carta carbone.
Cambiava tragitto per andare dall'ufficio al ristorante e dal ristorante a casa, ma di eventi continuava a non incontrarne. Sperava in un incendio, in una rapina o in un semplice tamponamento di macchine... "Possibile" era solito dire Pippo, gi al tempo in cui viveva a Milano "che io non ci sia mai?". Alludeva alle notizie del giornale. "In piazza Beccaria, ieri, alle 17, un tram, uscendo dai binari..." oppure "Squilibrato si denuda per strada". "Assaltata una Banca in pieno centro".
Sperava in un incontro con una di quelle giovani e libere turiste che chiedono informazioni ai passanti; in una lettera recapitatagli erroneamente e tale da sviluppare situazioni nuove; in amicizie impreviste; in un'improvvisa idea da invenzione; in una grossa trovata o in un'offerta di lavoro diverso dal suo.
E invece, ad un anno dalla sua partenza per il... Kenya, si ritrovava ora pi triste ed infelice di quando era a Milano.
Non sopportava il cameriere che invariabilmente gli chiedeva che cosa prendesse per primo e da bere, il portalettere che voleva sapere se aveva parenti in Africa, la donna delle pulizie che indagava sulla sua sospetta posizione di scapolo e l'assicuratore che insisteva per una bella polizza sulla vita.
Avendo ora rapporti con una ventina di persone in tutto, si sentiva continuamente addosso una quarantina d'occhi inquirenti. C'era infatti, nella sua situazione, qualcosa che non quadrava. Controllato a vista, Pippo Macaluso pi cercava di passare inosservato e meno lo era.
Quello che non gli perdonavano era, soprattutto, la sua incoerenza. Poteva, un uomo, avere quarant'anni e non essere sposato? Essere benestante e non portare cravatta? Essere laureato e non avere amicizie? Non essere gallaratese e vivere a Gallarate?
Il tentativo di invasione era dunque fallito perch al tutto-potenziale non corrispondeva il poco-sicuro ma il nulla-controllato. Col bel risultato di aver barattato quattro familiari per venti conoscenti, un giornalaio per un cameriere, un casellante per un portalettere senza essere riuscito a sbarazzarsi del suo destino di uomo da routine e, con esso, della propria insoddisfazione e del freno a mano della propria personalit.
Aveva capito che non ci si pu liberare di quarant'anni e di un Direttore Generale, della famiglia e di mille abitudini, del prossimo e della propria irrequietezza liberandosi della cravatta o cambiando nome e paese, casa e conoscenti, tragitto ed orari.
Aveva capito che lui, i suoi problemi, se li era portati dietro, assieme ai calzoni bermude ed ai caschi. Che alla routine del controllore del tram corrisponde quella della regina d'Inghilterra; che noi, per il prossimo, siamo prossimo e che tutte le avventure - dopo i quarant'anni - sfociano in un appartamento, in un paio di figli che ricercano ed in un suocero che se non parla di ville parla di cavalli...
Anche Gisella, la ragazza che lo chiamava Arturo solo perch a Gallarate Pippo aveva cambiato nome, cominciava ora a parlare di matrimonio.
Gli inizi erano stati entusiasmanti. Pippo le aveva detto frasi che sembravano nuove perch erano otto anni che non le usava ed anche lei aveva usate frasi irriconoscibili. Ma poi, lentamente, il frasario s'era esaurito e Gisella aveva cominciato a parlare di un bell'appartamento a Milano, di tanti amici e di figli. Il padre di Gisella parlava solo di cavalli e Pippo, una sera, aveva persino provato nostalgia per le ville del Palladio...
Cos, giorno dopo giorno, era maturata in lui l'idea di rientrare dal Kenya. Di riabbracciare Giovanna e di ricominciare a raccogliere notizie sui coleotteri per conto dei figli. Di riaffrontare le dispense del giornalaio, il caff lungo e il sorriso del casellante dell'autostrada. A Gisella disse che era gi sposato e a Giovanna - via Piero - che sarebbe rientrato il 15 marzo, col volo BEA 721.
Gisella disse: "Bel porco!" e Giovanna: "Saremo a Fiumicino".
Pippo part per Parigi, si imbarc sul volo BEA 721 proveniente dal Kenya e fece scalo a Roma.
Le bermude ed il casco erano ancora nuovi ed i souvenirs africani sapevano di UPIM, ma Giovanna mostr di non notarlo.
Si abbracciarono a lungo, i figli chiesero notizie sui leoni, Pippo farfugli storie confuse e tutti e quattro presero poi il treno per Milano.
La sera stessa, a casa, Pippo Macaluso guard con interesse alcune diapositive di ville proiettate dal suocero sulla parete della sala, segu Tribuna Politica, and in bagno e si coric.
"Metto la sveglia per le sette e mezza?" chiese Giovanna.
"S, cara. Alle sette e mezza. Buona notte".

QUI VIVE SEBASTIANO CAPUTO
MORTO DI NEBBIA IL 12 GENNAIO 1968
IN SEGUITO A CRUDELE ATTACCO DI ELLEC.

"Psicologo estrae luoghi comuni" diceva l'annuncio. "Telefonare 678.027".
Gabriella sollev gli occhi dal giornale, si gir verso Giorgio e chiese: "Hai letto? Psicologo estrae luoghi comuni".
"Cosa vuol dire?" fece Giorgio.
"Non so. Telefoniamo?"
"Fallo, se vuoi. Ma stai attenta agli inghippi..."
Gabriella fece il 678.027.
"C' lo psicologo?"
"Sono la segretaria. Mi dica".
"Ho letto l'annuncio. Pu spiegarmi di che cosa si tratta?"
" affetta da elleci?"
"Non capisco..." balbett Gabriella.
"S... insomma...  affetta da luoghi comuni? Ragiona per schemi fissi, usa modi di dire, proverbi, frasi fatte?"
"Io no. Il mio fidanzato, forse..."
"Bene. Allora ci mandi il suo fidanzato. Vuol prendere nota? Dottor Sebastiano Caputo, piazza Argenta 12, terzo piano".
Gabriella riattacc e sorrise.
"Cosa c'entro io?" chiese Giorgio.
"Niente... Era la segretaria. Dice che il suo principale libera dai luoghi comuni. Mi ha chiesto se la paziente ero io ed io, tanto per dire qualcosa, ho risposto che il malato eri tu... Ci andiamo?"
Giorgio tacque con l'espressione di uno che sbraita.
Gabriella ritagli il margine del giornale su cui aveva segnato l'indirizzo, baci senza slancio il fidanzato ed usc.
Senza slancio perch Gabriella amava l'imprevisto e Giorgio no. L'imprevisto come bastone piazzato tra le ruote di quell'ingranaggio perfetto e monotono che  la vita quotidiana di una ragazza perbene. Come possibile avvio di una qualsiasi, banale, avventura.
Dopo tre anni di fidanzamento, Giorgio non era pi in grado di riservarle sorprese.
Sapeva che d'estate egli avrebbe detto che un'estate cos fredda erano 50 anni che non la si vedeva; che Roma  una bellissima citt, ma non per lavorarci e che non capiva come si potessero pagare 260 milioni per un giocatore di calcio. Che i giovani di oggi sono tutti matti; che di quadri coi tagli lui avrebbe potuto farne mille al giorno e che i giornali dicono solo fesserie. Che chi dice donna, non solo dice danno, ma va anche incontro a gioie e dolori.
Ovvio dunque che lo psicologo Caputo stesse, per Gabriella, all'incrocio tra l'imprevisto e la speranza, tra il divertimento e l'interesse, tra la curiosit e l'illusione.
Ma altrettanto ovvio che Gabriella, non potendo dire a Giorgio: "Senti caro, perch non vai a farti togliere un paio di luoghi comuni?" telefonasse al Caputo di nascosto.
Disse di avere un fidanzato affetto da elleci, ma precis che senza un artificio egli non avrebbe mai accettato di sottoporsi ad una diagnosi.
Il dottor Caputo rispose che conosceva quel tipo di situazione e che ci avrebbe pensato lui.
Consigli quindi a Gabriella di procurargli un incontro fortuito con Giorgio e di presentarlo al fidanzato come un suo ex compagno di scuola.
Cos, una mattina di maggio, da Alemagna in via Manzoni, Gabriella disse a Giorgio: "To', un mio ex compagno di scuola... Sebastiano Caputo".
"To'" fece Caputo "Gabriella Pernici... Come stai?  tanto che non ci vediamo".
"Permetti che ti presenti il mio fidanzato? Giorgio Corbetto".
Un "piacere" di Giorgio ed un "perch una sera non vieni a trovarmi?" di Gabriella furono seguiti, tre sere dopo, da una rimpatriata che minacci di tramutarsi in tragedia.
La madre di Gabriella cominci infatti con l'escludere che sua figlia avesse avuto compagni di scuola meridionali e sottopose il Caputo ad uno stringente interrogatorio.
Il Caputo, istruito preventivamente da Gabriella, azzecc il nome della scuola e quello dei professori. Imbast con sufficiente attendibilit un paio di risposte che riguardavano comuni amici, ma quello che non azzecc fu la risposta al: "Si ricorda come la chiamavano a scuola, la mia Gabry", perch il Caputo, interpretando le dita ad "u" di Gabriella, disse "La cornutella" mentre avrebbe dovuto rispondere: "Il bruco".
Un'altra cosa che non azzecc fu la risposta al: "Lei sa quanto liberale io fossi con Gabry..." cui il Caputo, non cogliendo il senso ironico della frase, fece seguire un: "S... certo... Era un po' la svedesina della classe" che provoc incomprensibili commenti veneti da parte della madre ed aggrottarsi di sopracciglia lombarde da parte del fidanzato.
Il quale fidanzato non prendeva parte al discorso. Ascoltava. Senza sospetti, ma con naturale indifferenza e con una punta, anzi, di vaga diffidenza per il Caputo.
Captava l'entusiasmo che Gabriella avvertiva per lui e riusciva persino a giustificarlo perch c'era nello psicologo molto di ci che egli stesso avrebbe voluto possedere: una buona dose di faccia tosta, molta sicurezza ed un modo nuovo di dire cose vecchie.
Quel suo parlare per slogan, quell'emettere giudizi con parole che sembravano stampate, quel dire fesserie con faccia seria e cose profonde con l'espressione di chi non ci crede. Quel modo spontaneo di non dire "piacere" nelle presentazioni e di non "togliere il disturbo" al momento del commiato. Quel non usare il "Mah..." come intercalare del silenzio ed il "Prego, dopo di lei" come manifestazione di estrema educazione.
Dettagli, questi, che il subcosciente di Giorgio registrava senza che il suo cervello li catalogasse, uso com'era a funzionare attraverso parole, azioni ed idee altrui.
Si rividero, Gabriella, Giorgio e Sebastiano, una settimana dopo, a cena, senza quell'imbarazzante elaboratore elettronico di ricordi che era la madre di lei.
All'aperitivo il consulto era gi cominciato.
"Prende qualcosa?" fece Sebastiano.
"S, grazie. Un Campari" precis Giorgio.
"Certo che un buon Campari lo si pu bere solo in Italia..." insinu il Caputo.
Giorgio assent e precis, velocissimo, che all'estero il Campari aveva un altro sapore e che la birra tedesca era la migliore.
Caputo ne approfitt per auscultare l'argomento "tedeschi" e constat che "quanto a tecnica bisogna lasciarli stare, che tra cinquant'anni avrebbero rifatto una guerra e che rovinano gli spaghetti con la marmellata".
Gabriella di tanto in tanto guardava il Caputo e scuoteva il capo come un familiare che riconosce, nella espressione del medico, la conferma ai propri dubbi.
Poi, quando lo psicologo chiese a Giorgio che cosa avesse fatto di bello l'estate scorsa, Giorgio rispose: "Sono stato al mare" con la faccia di uno che dica: "Ho scavato fogne".
"Eh... certo che il mare stanca..." insinu Sebastiano. E con una matita scrisse di nascosto sul menu: "Triste".
"Perch non va al lago?" chiese poi a Giorgio, mostrando furtivamente il men a Gabriella.
"Il lago  triste" sentenzi Giorgio. E Gabriella sorrise.
"Sa quando  bello il lago?" fece Sebastiano a Giorgio che mostr di saperlo, aggiungendo, anzi, che a settembre i colori della natura sono pi delicati...
Alla scelta del vino, il paziente pronunci un nome suggeritogli dalla pubblicit. Poi, quando il vino arriv in tavola, diede uno sguardo all'etichetta e sostenne che il 1963 era stata un'annata eccellente.
Sebastiano guard Gabriella e Gabriella cap che l'annata segnata sui vini  stata sempre un'annata eccellente.
Durante il pasto, Giorgio ebbe modo di puntualizzare che le tagliatelle le sanno fare solo a Bologna, la polenta solo nel Veneto ed il pesto solo a Genova; che l'acqua minerale all'origine costa solo dieci lire; che "pan e ns l' on mangia de sps", che il formaggio  d'oro al mattino, ma di piombo alla sera e che bisognava guardarsi dal fare sapere al contadino quanto sia buono con le pere.
Due giorni dopo, Gabriella rivide il Caputo a quattrocchi e lo psicologo le disse che il caso era grave. Ma che c'erano speranze.
"Consiglierei una cura d'urto. Qualcosa di violento.  condizionato dal suo ambiente di lavoro, dalla sua routine quotidiana, da superiori, colleghi e dipendenti. Deve dare un taglio netto al suo mediocre tran-tran. Iniziare un lavoro nuovo, indipendente, fuori degli schemi tradizionali".
Poi chiese che lavoro facesse e quando Gabriella precis che era perito edile, Sebastiano atteggi il viso a sorpresa: come uno che non ha capito. Come uno che consideri perito edile un muratore caduto da un'impalcatura.
"Un uomo come Giorgio, alto, milanese, padrone della lingua inglese e che porta con disinvoltura abiti spezzati non ha bisogno di avere una professione.  destinato ad attivit ben pi vaghe e remunerate!" sentenzi il Caputo.
A Gabriella quella massima piacque.
Per lei, psicologo era sinonimo di mago. Di uno che sa degli altri assai pi di quanto non sappia di se stesso.
Sinonimo di essere superiore, di depositario del vero-effettivo contro il vero-apparente, di radiologo che usa le "X" dei questionari per scrutare nelle umane coscienze.
Di uomo che pu guarire da complessi ed assumere dirigenti, assestare matrimoni e raddrizzare fanciulli, moderare tavole rotonde e rispondere ai lettori.
Questo pensava Gabriella di Sebastiano, ed era quello che l'affascinava.
Quando Caputo telefon a Gabriella dicendole che sabato sera alle nove avrebbe operato Giorgio, la ragazza non batt ciglio e si limit a comunicare a Giorgio che sabato sera sarebbero andati a trovare Sebastiano "per una visita di cortesia".
Giorgio le chiese che mestiere facesse il Caputo e lei rispose che faceva il consulente. Senza precisare di chi o di che cosa.
Cos, alle nove e dieci di sabato 3 ottobre, Giorgio si ritrov, con Gabriella e con due misteriosi ospiti del Caputo che fungevano da assistenti, nel salotto operatorio di uno psicologo. Convinto di essere sano ed amico quando era, in effetti, paziente e cliente.
La serata present ben presto le caratteristiche di una di quelle serate in cui non si sa n cosa dire n cosa fare, tanto da preparare il terreno alla proposta-trucco dello psicologo.
"Facciamo un bel giochetto di societ?"
"D'accordo" esclamarono i quattro. Compreso Giorgio che non poteva avere sospetti.
"Bene" spieg il Caputo "facciamo il gioco degli indovinelli psicologici. Chi lo conosce?"
Nessuno lo conosceva. Tranne i due assistenti, che mentirono.
"Ecco di che si tratta. Uno di noi si ritira e scrive delle risposte accanto alle domande stampate su questi cinque foglietti. Poi rientra e chiede a turno, a ciascuno di noi, di indovinare le risposte che egli stesso ha scritto sui foglietti. Per ogni risposta esatta si guadagna un punto e per ogni risposta sbagliata se ne perdono tre. Chiaro?"
A Giorgio il giochetto sembr chiaro ma fesso. Si limit per a dire che era chiaro e fu il primo ad uscire dalla stanza.
"Sentiamo Gabriella" fece, rientrando dopo una decina di minuti. "Ti leggo le domande".
"Quando ci si chiude in un chiostro?"
"Quando si  bevuto il calice fino alla feccia" fece Gabriella, senza un attimo di esitazione.
Giorgio dilat le pupille, sorpreso. "Esatto" esclam.
"Come viene scherzosamente definito un chirurgo?"
"Macellaio".
"Quando canta il cigno?"
"Prima di morire".
"Com' una metropoli?"
"Tentacolare".
E poich le domande di ciascun modulo erano dieci ed i moduli cinque, cinquanta furono le risposte azzeccate da Gabriella.
Esatta la risposta del panettone come tipico regalo natalizio ed esatte le definizioni che volevano: forbita l'oratoria, deprecabile l'omonimia, irriducibile la opposizione ed espiatorio il capro.
Centratissimi tutti i "come": forte come un toro, felice come una Pasqua, solo come un cane, necessario come il pane.
Giusti gli accoppiamenti del bel panorama che fa pensare ad una cartolina illustrata, del camino acceso (per l'intimit della casa) e dei crisantemi (per il novembre).
Esatte tutte le contrazioni verbali: tele per televisione, coca per Coca-Cola, cappuccio per cappuccino ed esatti i concetti di campagna (dove tutto  un'altra cosa), di persone oneste (che non ne esistono pi), di canzoni moderne (che non sono belle come quelle di una volta)...
Completo l'elenco degli oggetti, animali, azioni e simboli che portano sfortuna, unitamente a quelli che portano fortuna.
Gabriella non commise un solo errore: ripet esattamente, parola per parola, le risposte che il fidanzato aveva trascritto sul questionario.
Giorgio era allibito.
Poi tocc ad uno degli assistenti e fu Giorgio ad indovinare le risposte all'altro.
A mezzanotte, perito e Gabriella "tolsero il disturbo" ed in auto Giorgio asser che doveva esserci un trucco.
Gabriella disse che poteva anche darsi e che l'avrebbe chiesto a Sebastiano.
"Non c' alcun trucco" spieg il Caputo a Giorgio, il luned seguente, quando si rividero al ristorante. " un banale fenomeno di intuizione. L'uomo  portato ad esprimere concetti che appartengono alla collettivit ed il gioco diventa allora facilissimo.  come se un sacchetto contenesse solo palline nere ed uno dovesse indovinare il colore di dieci palline estratte a caso..." "Lei parte dunque dal presupposto che nessuno possa avere una pallina bianca nascosta nella manica..." fece Giorgio.
"Nessuno di coloro che hanno giocato l'altra sera..." rispose il Caputo lievemente imbarazzato. "Ma c' anche chi ha... palline bianche nella manica, come dice lei".
"Non vedo come si possa estrarre una pallina bianca dalla domanda com' una metropoli?" precis Giorgio che cominciava a dimostrare interesse per il gioco.
"Vede: se invece che tentacolare, lei l'avesse definita multiprovinciale, avrebbe estratto una risposta... bianca" sentenzi il Caputo. Giorgio cap.
"In altri termini" disse, "lei sostiene che bisognerebbe evitare l'ovvio".
"Ed il banale, il risaputo, il gi detto, il codificato..." incalz Sebastiano, parlando come un invasato. "Tutti noi sappiamo con esattezza cosa dir il nostro prossimo, se il nostro prossimo si esprime come ci esprimeremmo noi per pigrizia mentale o per abitudine. Ecco perch gli altri hanno azzeccato tutte le risposte trascritte da lei e lei ha azzeccato tutte quelle trascritte dagli altri".
Giorgio si rese conto che Sabastiano aveva ragione. Tanto da ammettere, il giorno dopo, parlandone con Gabriella, che sarebbe piaciuto anche a lui poter definire "multiprovinciale" una metropoli, ma che non sapeva come fare.
"Ci vuole qualcosa di violento" sugger, rapida, Gabriella. "Tu sei condizionato dall'ambiente di lavoro, dalla tua routine quotidiana, dai superiori, colleghi e dipendenti: devi dare un taglio netto al tuo mediocre tran-tran. Iniziare un lavoro nuovo, indipendente, fuori degli schemi tradizionali... Tu sei alto, sai l'inglese, porti con disinvoltura gli abiti spezzati: perch non fai un mestiere pi vago e meglio remunerato?"
Il discorso, quel giorno fin li. Ma Gabriella cap che Giorgio aveva capito e che presto avrebbe reagito.
In effetti, quando Giorgio reag, sei mesi dopo, si ritrov senza lavoro e con una grossa confusione in testa. Soddisfatto, ma disoccupato. Pieno di idee, ma senza una lira. Libero e disorientato.
Gabriella pens che era giunto il momento di ringraziare il Caputo e di parlare di onorario.
Fece il suo numero di telefono.
"C' il dottor Caputo, per favore?"
"No,  in banca. Chi parla?"
"Sono una sua cliente..."
"Ah, ho capito... una di quelle..."
"Una di quelle, cosa?" chiese Gabriella, con voce risentita.
"S, insomma... una di quelle che si facevano curare di elleci da mio marito..."
"Si facevano? Marito? Ma non  scapolo il dottor Caputo?"
"Non  n scapolo n dottore. Scapolo lo  stato sino a tre mesi fa, dottore mai. Io sono sua moglie. Mio marito non esercita pi. Si  impiegato in banca".
"In banca?" esclam Gabriella "Ma come? Lu impiegato in banca?? E la routine, i superiori, i colleghi, il mediocre tran-tran??"
"Tutte baggianate, cara signora..."
"Signorina" precis Gabriella.
"Tanto meglio; tutte baggianate, cara signorina. Lo sposerebbe lei un crociato?"
"Un crociato?"
"Esattamente. Un crociato! Uno che a trent'anni si batte ancora contro i luoghi comuni ed apre un gabinetto scientifico con consultazioni gratuite..."
"Gratuite?" chiese Gabriella.
"Certo. Gratuite. Perch, lei ha pagato?"
"No... Non ancora..."
"E non avrebbe mai pagato un centesimo. Sebastiano gestiva la sua psicoclinica coi soldi del padre, ma ora gli agrumeti non rendono pi come una volta e ha dovuto accettare un posto in banca. Io stessa, del resto, lo avevo posto come condizione. Mi dica piuttosto: lei  fidanzata?"
"S, certo..."
"Brava signorina. Dia retta a me: sposi un uomo con la testa sulle spalle e coi piedi per terra".
"S, certo..." balbett Gabriella. E riattacc.

QUI VIVE GIACOMO PALUMBO
MORTO DI NEBBIA IL 5 AGOSTO
IN UN TRAGICO ESPERIMENTO LETTERARIO.

"Meno cinque, quattro, tre, due, uno... via! Attenzione: tutto ci che viene fatto o detto a partire da questo istante fa parte del primo esperimento fonoletterario di Giacomo Palumbo. Personaggi ed interpreti: Giacomo Palumbo, figlio. Pasquale Palumbo, padre. Da un'idea originale di Giacomo Palumbo. Regia di Giacomo Palumbo".
"E quattro..." fece Palumbo padre.
"Quattro cosa?" chiese Palumbo figlio.
"I Giacomo. Figuri quattro volte nei soli titoli di testa..."
"Ma ti rendi conto che questa tua banale osservazione fa gi parte del racconto?"
"Di quale racconto?"
"S, insomma, dell'esperimento fonoletterario... Tutto ci che diciamo e facciamo, ora fa parte dell'esperimento e sar trasferito su carta. Azione, pensieri, dubbi, colpi di tosse, interruzioni..."
"Se permetti" precis Palumbo senjor, infischiandosene del fatto che la precisazione andasse a far parte del racconto "io non so neppure di quale esperimento stai parlando..."
A Giacomo venne di pensare alle volte che suo padre si era espresso a favore del celibato ed accarezz l'ipotesi di non essere nato.
Blocc dunque il registratore, dichiar che era stanco e che aveva deciso di andare al cinema.
"Perch ti arrabbi, Giacomo? Lo sai che ci sono cose che io non capisco..." fece suo padre.
Alludeva al jazz freddo, ai fusi orari ed agli esperimenti fonoletterari del figlio. Il quale figlio si rendeva perfettamente conto che il genitore potesse ostinarsi a confondere jazz con rumori ed albe con tramonti, ma che non facesse il minimo sforzo per seguirlo sul piano delle sue moderne teorie, questo no.
E poi, non era stato lui ad indirizzare il figlio verso la sua stessa professione: a quella, cio, di scrittore?
Palumbo senjor era un maestro all'antica che scriveva racconti per ragazzi (cose semplici, chiare e con tanto di punteggiatura) e non potendo pretendere che le principali case editrici si trasferissero da Milano a Sommatino di Caltanissetta, s'era trasferito lui da Sommatino a Milano, con Ciccina Palumbo e Giacomo che allora aveva meno quattro mesi.
Cos, Giacomo era nato al Nord e ora ne approfittava.
I racconti di suo padre erano ambientati in Sicilia ed i personaggi - ragazzi dai dieci ai quindici anni - erano figli di personaggi pirandelliani. Agivano in modo coerente, ma contorto e dicevano cose semplici, ma profonde.
Storie di muli che pensavano, di treni che non si fermavano, di figli che avevano tre padri e nemmeno uno, di abiti rubati agli spaventapasseri e di ragazzi costretti a fare da spaventapasseri.
Giacomo era cresciuto in una casa talmente di periferia che non si capiva se era l'ultima di Melegnano o la prima di Milano ed aveva come amici i figli del benzinaro dell'AGIP. Non capiva perch suo padre rimpiangesse il Circolo di Lettura di Sommatino e perch sua madre piangesse continuamente. Perch alludessero cos spesso alla processione del venerd Santo, al balcone che dava sulla piazza, alla banda che veniva da Caltanissetta ed al formaggio pecorino col pepe.
Dopo il trasferimento da Milano Sud a Milano Centro, dove il Palumbo aveva trovato un posto di correttore di bozze, le cose per erano cambiate. In peggio.
Giacomo aveva cominciato a frequentare liceo e capelloni, Brera e pittori, locali psichedelici e ragazzine beat.
Polemizzava col padre per i suoi racconti troppo semplici e con la madre per i suoi vestiti troppo scuri. Difendeva Moravia e fumava gauloises, ascoltava musica elettronica e comizi missini.
"Senti, pap" fece Giacomo, animato dalle migliori intenzioni "cercher di spiegarti ancora una volta che cosa sto facendo. Ma, ti prego, non restartene arroccato sul cumulo dei tuoi 50 anni e sforzati di seguirmi. Ci che sto per dirti non  n logico n chiaro. Anzi:  molto nebuloso".
"Ma allora perch non ti chiarisci le idee, prima di tormentarmi?" chiese Pasquale, carico di ostinato affetto.
"Vedi pap? Gi non mi intendi. Io voglio, capisci? voglio avere le idee confuse. Se me le chiarisco, addio esperimento. Tutto diventa banale. Allora tanto vale che mi metta a scrivere, scusami sai, raccontini come i tuoi; zeppi di personaggi simbolici che vivono vicende irreali..."
"Ma i miei personaggi sembrano veri, ed anche le vicende".
"Questo  il punto: io vorrei scrivere qualcosa di molto confuso, con un paio di personaggi assurdi..."
"Ed i personaggi dovremmo essere noi. Padre e figlio. Questo l'ho capito. Quello che non ho capito  la faccenda dello sdoppiamento. Io che debbo parlare talvolta dentro il racconto e tal'altra fuori: cio qui, in casa, accanto a te. E tu che parli a tre titoli. A titolo personale, di autore e come personaggio. Ma te la immagini tu la confusione del lettore?"
"Il lettore si abitua a tutto!" esclam Giacomo, col tono di uno che  sicuro di quello che dice.
"Ecco" fece suo padre "per esempio, questo il lettore si abitua a tutto  una tua battuta privata o fa parte del racconto?"
"Vedi che hai capito?!" voci con gioia Giacomo. "Eccoci al dunque: noi parliamo ed agiamo dentro e fuori del racconto. Liberamente. In una terza dimensione. Fuori di questa bobina che ci avvolge..."
"Quale bobina?" fece Pasquale, guardandosi attorno.
"Ci risiamo..." sospir l'altro. "Torni al reale! Ma non ti rendi conto che noi siamo prigionieri di questo nastro?"
"Di quale nastro, Giacomo?!"
"Ma di questo, del presente... Come faccio a spiegarmi? Del nastro che in questo istante ci contiene". Ed azion il tasto della velocit.
"Oh Dio... Cos'? Sento traballare tutto..." fece Pasquale.
"Ecco, vedi?"
"Vedi un corno" sbrait il genitore. "L'ho detto per scherzo. Non penserai mica che sia rimbambito sino a questo punto?"
"Ma allora perch hai detto che sentivi traballare tutto?"
"L'ho detto come personaggio, per farti piacere".
"Grazie. Ora per dobbiamo procedere" fece Giacomo, piuttosto risentito.
"Non siamo gi in pieno racconto?" sospir Pasquale, con due occhiaie che parevano fossi.
"Certo, ma dobbiamo andare avanti. Tu continua ad intervenire quando vuoi, di' tutto quello che ti passa per la testa..."
"Bene, ed allora andiamocene a letto. Sono sfinito".
"Parli dentro o fuori?"
"Fuori, fuori!" url il poveraccio, dirigendosi verso la camera da letto.
Giacomo Palumbo aveva 20 anni ed erano due anni che tentava di rendere tridimensionale la letteratura.
Di scrivere, cio, qualcosa che avesse tre realt: quella del libro, quella dei personaggi e quella del lettore. Un progetto di per s irrealizzabile se non fosse intervenuta in suo aiuto una certa confusione di idee che minacciava ora di rendere concrete le sue aspirazioni.
Tanto da essere un sostenitore del Movimento Giovani Illeggibili promosso da un gruppo di scrittori di avanguardia che suo padre definiva "I pagina trenta" dal numero della pagina cui il lettore riusciva ad arrivare ed i cui libri, incomprensibili e cari, si smerciavano lo stesso perch la civilt dei consumi consumava.
"Dove eravamo rimasti?" chiese Giacomo l'indomani a suo padre, aprendo il registratore.
"Ad io che urlo fuori, fuori..." fece Palumbo senjor.
"S, ma non usare la prima persona, per favore, altrimenti il lettore non ci si raccapezza pi..."
"Figurati..." mormor Pasquale con una smorfia che non pot essere registrata.
"Ecco, da questa battuta inizia la trama del racconto: la mamma domani compie 37 anni, esclamai io".
"Giacomo!" url il genitore "Che cos' questo esclamai io??"
"Fa parte dell'esperimento: non sono io che esclamo?" Pasquale Palumbo serr gli occhi e precis:
"Ma se ne ha compiuti 38 lo scorso anno..."
"Appunto".
"Nasconde?"
"No: ringiovanisce".
Palumbo cap che suo figlio aveva cominciato a parlare "dentro" e per un po' si limit a tacere, scuotendo di quando in quando il capo in segno di tacita disapprovazione.
Secondo il giovane ed incosciente autore, i segni del ringiovanimento di Ciccina Palumbo non erano vistosi; come, del resto, non lo sarebbero stati quelli dell'invecchiamento perch in una donna qualche anno in pi o in meno non contano... Ma tra dieci anni? Quando cio Ciccina avrebbe compiuto i 27 anni, mentre suo marito dai 50 di oggi sarebbe passato ai 60 e Giacomo, il figlio ora ventenne, si sarebbe trovato accanto una madre di sei anni pi giovane di lui?
La situazione si presentava gravissima.
Tutto era cominciato nell'aprile del '58, il giorno in cui - secondo Giacomo Palumbo - Ciccina aveva conosciuto il Dr. Franz Knt, tedesco e scienziato che molti per consideravano pi tedesco che scienziato.
Lavorando il Knt come ricercatore scientifico presso il Centro Atomico di Mulino Torinese dove Pasquale Palumbo lavorava in qualit di amministratore, era logico che Ciccina, moglie di un ragioniere, si sentisse attratta da quello scienziato che Pasquale aveva invitato a cena, una sera, e che continuava ora a frequentare assiduamente casa Palumbo.
"Avere testa scoperta" era stata la frase fatidica del Knt che aveva dato l'avvio alla vicenda.
"E tu, mettere cappello!" aveva bisbigliato Pasquale istintivamente portato a non avvertire simpatia per il Knt.
Ma Ciccina, lungi dal condividere l'ironia del marito, s'era dimostrata assai favorevole a quella scoperta che il tedesco aveva in testa e che riguardava il miracoloso potere di un certo minerale. Un minerale che, messo a bagno in volgare acqua effervescente ("Quella delle cartine?" aveva chiesto Pasquale "Ja, quella delle cartine!") avrebbe assicurato effetti tali da arrestare il processo di invecchiamento delle cellule e da promuovere anzi un rapido ringiovanimento.
A questo punto, Pasquale Palumbo fece cenno al figlio di spegnere il registratore.
Ma Giacomo disse di no, col capo, ed il genitore con un'infinita voglia di piangere chiese:
1) Perch da correttore di bozze era stato promosso a ragioniere di Centro Atomico;
2) Perch il racconto era stato ambientato a Mulino Torinese;
3) Perch aveva tirato in ballo quella santa donna di sua madre che non aveva mai manifestato intenzioni di ringiovanimento;
4) Perch lo scopritore del minerale era tedesco.
Giacomo, dopo di aver fatto notare a suo padre che quella schematica elencazione di chiarimenti turbava il ritmo del racconto, si accinse a fornire le spiegazioni richieste.
Disse che da correttore di bozze era diventato ragioniere perch in un Centro Atomico non ci sono bozze da correggere; che la vicenda era stata ambientata a Mulino Torinese per ragioni tecniche; che la mamma era stata tirata in ballo solo perch era moglie di suo padre e che l'inventore era tedesco perch tutti gli inventori sono tedeschi.
Quindi, spense il registratore e disse "Andiamo a mangiare. Continueremo nel pomeriggio". Suo padre taceva.
Ora sapeva di poter urlare fuori racconto, ma prefer sospirare: "No, andiamo avanti. Mangeremo pi tardi".
Giacomo riaccese e seguit.
Anche il padre di Ciccina, colonnello e farmacista... "Colonnello e farmacista??" fece Pasquale. "Papaa!!"
Anche il padre di Ciccina, colonnello e farmacista guardava con interesse alla scoperta del giovane scienziato, convinto com'era che da una pietra e da pochi litri di acqua effervescente potesse scaturire la sua fortuna, solo che l'altro avesse mantenuto la promessa di associarsi a lui nello sfruttamento del brevetto.
L'esperimento l'avrebbe fatto su Ciccina che il Knt giudicava "Karina" e suo padre "predisposto" dal momento che essa usava gi, in larga misura, crema, unguenti, cosmetici e cetrioli affettati.
Chi guardava con minore interesse alla scoperta era il ragioniere Pasquale Palumbo che intravedeva, nell'entusiasmo della moglie, una pericolosa infatuazione per lo scienziato, nello zelo del Knt, una ventata di pazzia tedesca e nell'attenzione del suocero, un complesso gioco di interessi.
Tuttavia, per non fare la figura del meridionale con la moglie, dell'italiano col tedesco e del ragioniere col suocero, Pasquale taceva e lasciava che gli avvenimenti prendessero il loro naturale sviluppo.
"Giacomo, spegni che debbo parlarti" fece Pasquale con calma.
"Pap, puoi parlare quando vuoi. Ti ho gi spiegato che quello che dici fa parte del racconto..."
"Ebbene, allora inserisci nel tuo dannato racconto che non ho bisogno di difendere la mia posizione di meridionale agli occhi di tua madre n ho alcun interesse di difendere quella di italiano e di ragioniere agli occhi, rispettivamente, della Germania e di tuo nonno..."
"Come uomo? Certo. Ma come personaggio? Ricordati che la mamma  di Asti..."
"Di Asti??"
"E dai... Sto parlando della madre del fonoesperimento e dei tedeschi che si considerano un popolo di mandolinisti... Dove eravamo rimasti?"
"Al naturale sviluppo degli eventi..." bisbigli Pasquale, guardando il figlio con disprezzo.
Naturale sviluppo che port - per l'appunto- allo storico giorno della presentazione da parte del Knt di un pezzo di minerale avvolto in carta stagnola.
"Fare bagno giornaliero in acqua effervescente con dentro questo minerale e presto vedere risultati!" disse.
Il primo risultato lo vide il Cav. Gazzoni cui il farmacista ordin duecento scatole di Idrolitina, mentre Ciccina dava inizio alle sue immersioni quotidiane e Pasquale ai suoi lunghi monologhi in strettissimo siculo.
Se  vero, sentenzi Giacomo, che tutti noi abbiamo due et, una fisiologica ed una mentale, Ciccina ne aveva tre. Aveva anche quella maritale: quella cio che le derivava dall'aver sposato un uomo noioso. Pasquale Palumbo si alz di scatto. Uno di quegli uomini che segnano il consumo della benzina, che hanno il nome impresso sul portachiave, che dividono lo stipendio in buste ("affitto" "luce" "telefono"), che tengono la media sull'autostrada, che prenotano in febbraio l'albergo per le ferie, che arrivano in stazione un'ora prima e che sono del parere che prima di andare all'estero bisogna conoscere l'Italia.
Uno di quei mariti, insomma, che sanno tutto su Verdi e nulla di Celentano, molto di Fanfani e poco di Christian Dior. E che continuano a chiedere che cosa voglia la giovent moderna e perch lascino cantare la Pavone.
"Che questo marito sarei io?" domand, con finta dolcezza, il correttore di bozze Pasquale Palumbo.
"Tu-personaggio, pap, non tu-uomo..."
"Ma se mi riconosco perfettamente..."
"Perch casualmente il personaggio combacia con l'uomo. La chiamerei pura coincidenza"
"Giacomo, sai come la chiamerei io?"
Giacomo spense precauzionalmente il registratore.
"Lasciamo perdere", concluse Pasquale "procediamo pure".
E se Ciccina riusciva a sopportare l'et maritale, era perch la propria et mentale le abbassava notevolmente la media.
Cos passarono i primi mesi di cura minerale, con effetti che sarebbero stati invalutabili se Ciccina stessa non avesse continuato a decantarli.
Si sentiva in gran forma: allegra ed esuberante. "Mi sento ringiovanire a vista d'occhio" soleva ripetere ed il giorno del suo 46 compleanno pretese sulla torta 35 candeline.
Il dottor Knt, presente al taglio della torta, disse che l'esperimento procedeva "benissimo", mentre Pasquale e sua madre si guardavano silenziosamente negli occhi.
"Chi  sua madre?" chiese Pasquale.
"Tua madre: la nonna" chiar Giacomo.
"Tiri in ballo la nonna, ora?"
"La madre del marito  un simbolo. Nel racconto, essa rappresenta il Sud arretrato contro il Nord progredito della nuora..."
"... che  di Asti?" mormor Pasquale.
"Esatto: di Asti".
"Procediamo" fece Pasquale, mordendosi la lingua.
Le candele da 34 a 33 poi a 32, 31, 30, 29, 28.
Alla 27a Pasquale tent una sortita.
"Io ho fissato un appuntamento col Dr. Ponzoni".
"Chi  il Dottor Ponzoni?" fece Ciccina.
"Un neurologo".
A consolarla, due giorni dopo, arrivarono pure il Knt ed il padre farmacista.
"Se tu non credere" sugger Knt "fare visitare Ciccina da medico per stabilire sua vera et".
"Donna non essere cavallo!" sentenzi Pasquale.
"Potresti sottoporla a un test di maturit" sugger il suocero.
"Ma fammi il piacere... Scattati i trent'anni, la maturit di una donna si blocca" rintuzz l'altro.
"Ne sei sicuro, Giacomo?" chiese Pasquale.
"Pap, lascia perdere.  una battuta del racconto".
"Bene" precis Ciccina "lasciamo passare altri cinque anni e quando ne avr 22 mi sottoporr a visite e a test..."
Questa volta Palumbo pronunci intraducibili parole sicule e usc. Ma in realt, pareva anche a lui che Ciccina ringiovanisse.
Fosse effetto della moda o dei cosmetici, delle diete o della ginnastica, due cose erano certe: che Ciccina disponeva di pelle, di fisico e di spirito giovanile e che la circostanza, tutto sommato, a Pasquale non dispiaceva affatto.
"E il Knt?" chiese Pasquale al figlio, con un certo interesse.
"Appunto: il Knt..." seguit Giacomo.
Non che Pasquale fosse geloso del Knt. Se mai, del tedesco l'urtava quel certo "agir da giovane" che tanto piaceva a Ciccina e lo preoccupava quella dannata sua scoperta che - se avesse dato i risultati previsti - lo avrebbe ricoperto di notoriet e di ridicolo.
Cos, un po' per stare al gioco, un po' per fare felice Ciccina ed un po' anche per meglio assaporare la soddisfazione del crollo finale, il Palumbo assecondava moglie, tedesco e suocero.
Ma gli eventi cominciarono presto ad avversarlo: Ciccina ringiovaniva vertiginosamente e lui, per tamponare in qualche modo la crescente disparit di et, trascur dapprima i conteggi di benzina, la suddivisione dello stipendio in buste per finire con l'occuparsi di Celentano, di Christian Dior, di arte astratta e della Pavone.
Con la conseguenza che Ciccina, pi si vedeva assecondata dal marito e pi ringiovaniva.
La stessa moda pareva esserle alleata. E i settimanali femminili. E la pubblicit. "Vestite ventenni" suggerivano i grandi sarti. "Diciotto o trentotto?" chiedevano i titoli delle rubriche di bellezza. "Dieci anni di meno in soli trenta giorni" insinuava la pubblicit.
Fu cos che cinque anni dopo, quando Ciccina comp 22 anni e lui 56, Pasquale chiese il trasferimento da Mulino Torinese a Milano dove mise in giro la voce che era vedovo con due figli: una di 22 ed uno di 27 anni.
Il Knt intanto si preparava al grande giorno della conferenza stampa ed il suocero pure.
Seguirono lunghi giorni di non registrazione.
Pasquale pensava gi che Giacomo non sapesse come concludere il fonoesperimento quando, improvvisamente, verso le due di notte, senti bussare alla porta della camera da letto.
"Pap, dormi?"
"Dormivo, caro..." sbadigli il genitore.
"Scusami, ma mi  venuta l'ispirazione. Puoi venire in sala?"
Pasquale, assonnato, coi capelli arruffati e le ciabatte invertite si avvi verso la sala.
"Pap, la mamma si  fidanzata!" esclam Giacomo.
L'ultimo schiaffo a suo figlio, Pasquale Palumbo glielo aveva dato nel settembre del 1958, quando Giacomo, che allora aveva 13 anni, aveva riferito alla zia Laura quello che sua madre aveva detto di lei un giorno, in un momento di rabbia, sul suo comportamento all'arrivo degli Alleati in Sicilia. L'altro schiaffo glielo avrebbe mollato ora, dieci anni dopo, se non fosse stato preso dall'improvviso dubbio di avere un figlio pazzo.
"Giacomo" esclam poi, parlando tra i denti come se portasse in testa un elmo di venti chili "vogliamo riepilogare?"
"S, pap, riepiloghiamo".
"Dunque: tu fai una schifezza di esperimento; in questa schifezza di esperimento vengo coinvolto io in qualit di personaggio; poi viene fuori l'idea del minerale che fa ringiovanire; permetti che tua madre si infatui di un tedesco; promuovi tuo nonno da contadino a farmacista e poi lo trascini nel fango; ci fai trasferire da Mulino Torinese a Milano e l che accade? Che tua madre si fidanza! Non mi  difficile immaginare che io l'asseconder, che ricever in casa il fidanzato e che finir per accompagnarla all'altare..."
"Esatto!" esclam Giacomo, allegro come se avesse improvvisamente ereditato.
"Giacomo, mi scoppia la testa!"
"Dentroparlando?"
"No, no: fuoriparlando! Fuori da questo dannato registratore e da tutti i tuoi stradannati esperimenti. Parlando da padre, da uomo, da collega, da come diavolo vuoi tu: io sto impazzendo!"
"D'accordo, pap. Allora, come non detto. Cancello tutto".
"No. Aspetta. Lasciamici pensare su un paio di giorni..." e se ne torn a letto.
Di giorni ne passarono sei.
In quei sei giorni Pasquale Palumbo parl con molti padri di figli ventenni, con uno psichiatra, con Padre Gabrielli e due psicologi. Compr tutti i giornali destinati ai teen-agers, frequent night psichedelici e feste happening, visit boutiques beats ed ascolt canzoni di juke-box.
Poi, al settimo giorno, chiam Giacomo e gli chiese:
"Come va il fonoesperimento?"
"Bene. Cio... n bene, n male. Va. Va da solo. Forse non hai ancora capito che n tu n io possiamo intervenire, che  un racconto in divenire e che tutto ci che accade vi fa parte..."
"Appunto. Ed  per questo che abbiamo deciso di apprezzarlo, tua madre ed io..."
"Ma la mamma ama un altro..." precis Giacomo.
"Dove? Nella tua fantamente... Ebbene, stabiliamo che  tornata in famiglia. Tanto, non siamo noi a deciderlo?" url Pasquale, con gli occhi fuori dalle orbite.
"Certo pap, ma perch ti arrabbi?"
"Perch dico che se qui c' un pazzo, questo pazzo sono io! Io che mi ostino a credermi un saggio. Ma ora ho deciso: fonoesperimento per fonoesperimento, voglio andare sino in fondo. Lo trascrivo su carta e lo porto al mio editore. Gli dico che  mio e che, d'ora in avanti, scriver solo racconti del genere. Se l'editore lo accetter, vuol dire che hai ragione tu. Ma se mi caccer via a pedate, come io spero, ce ne torneremo tutti a Sommatino Siculo: dove io far il maestro e tua madre riavr il suo balcone sulla piazza..."
Giacomo spense di colpo il registratore.
"Pap, fuoriparli, vero?"
"E chi lo sa Giacomo?" balbett Pasquale con un nodo alla gola. "Non lo so nemmeno io. Ti giuro che quando parlo con voi giovani milanesi io non so pi se parlo o se fonoparlo..."
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FINE.
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Lista dei Morti di nebbia:
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Peppino Verace, architetto.
Gaetano Lomazzo, picchessere.
Rocco Miccich, bibliotecario.
Cosimo Zarb, geometra.
Nunziata Lo Pumo in Clerici, casalinga.
Vincenzo Cannata, capo promotore vendite.
Marino Mul, cronista.
Pippo Macaluso, dottore in chimica.
Sebastiano Caputo, parapsicologo.
Giacomo Palumbo, sperimentatore.
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FINE.